music club to club 2015

Published on aprile 26th, 2015 | by Silvia Barolo

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L’erotico suono del ghiaccio

Al secondo appuntamento per festeggiare i quindici anni di Club To Club ci troviamo davanti alla scritta Striptease, in Buka, a Milano. Nato nel 1929 come ex cinema, trasformato in un club Disco all’inizio degli anni ’80 e diventato infine il primo locale di Lap Dance d’Italia nel 1997.

Un perfetto connubio tra estetica periferica decadente ed architettura sontuosa dell’erotiche attività del passato, che vengono rievocate nel riutilizzo del luogo, dove dentro c’è un viaggio nel tempo di visioni porno/cosmiche. Un luogo perfetto per un live tutto elettronico firmato #C2C15, in collaborazione con Mi Art, che presentano in Italia ANDY STOTT live, BEN FROST: AURORA live ( copresentato con  S / V / N /), NICO VASCELLARI / CODALUNGA e VAGHE STELLE.

Tra Eros in Fur , Saturno e la statua della libertà, il là lo pone Vaghe Stelle. Musicista e produttore torinese, nome ormai noto in tutta Italia che ci circonda del suo suono sempre romantico, costruito di sequenze ipnotiche, atmosfere rarefatte che hanno la caratteristica di richiamare un ascolto molto intimo, quasi malinconico. Suoni ispirati dalla scena krautrock degli anni Settanta uniti dall’IDM anni Novanta.

Ma come la Mitologia ci insegna è Eros che detta legge in questa nottata, che ci fa muovere attraverso un principio divino che spinge a mostrare la bellezza dell’ A U R O R A. Ben Frost live presenta il suo ultimo lavoro creato e pensato in Congo poi terminato in Islanda, tra freddi e statici ghiacci che riescono a riecheggiare splendidamente nei suoni dell’artista. Album di non facile ascolto, brillante ed impetuoso che gioca a gonfiare ed a sottrarre droni in modalità trance, estremamente acidi, che rimangono in un quasi precario equilibrio saturo, che lancia scie in ogni direzione. Il tutto ha inizio con i primi suoni di A U R O R A III ‘Fley’, un freddo vento dal nord che riesce a portare lo spettatore ad un livello emozionale in crescendo, che a poco a poco si trasforma in una sorta di apocalisse ansiogena per poi liberare un suono espressivo, energico, volto ad incrementare il rapporto tra uomo e natura e l’estasi suprema dell’Aurora. Come se la terra, attraverso il suono, fosse investita dall’ energia creatrice e distruttrice del sole, suoni che cercano le particelle cariche in ‘Nolan’ o ‘Venter’, eseguite magistralmente, che pizzicano come piccoli cristalli di neve, che pungono il volto durante una tempesta e poi inondano con un forte calore energetico. Un calore che solo un natio australiano trapiantato in Islanda poteva offrirci.  A Frost interessa che il suo pubblico percepisca il fenomeno più che il fenomeno in sé, tanto da unire il laptop/macchine ad una graffiante chitarra che verte a convogliare il tutto in una melodia di rottura profondamente dark. Ben Frost si è trasferito a Reykjavík (Islanda) nel 2005, dove insieme agli amici Valgeir Sigurðsson e Nico Muhly, ha fondato l’etichetta/collettivo Bedroom Community. Artista rappresentativo della nostra contemporaneità sonora, in Theory Of Machines si parla di laptop, anche se inizia a manipolare la chitarra per poi specializzarsi nel sintetico, ansiogeni composti da elettronici ed aggressivi droni che evocano una apocalisse imminente. Nel 2010 l’artista viene scelto da Marc Silver e Gael Garcia Bernal per la colonna sonora di ‘The Invisibles’, lavoro doppiato da ‘Solar’ che lo portano diretto a pensare ‘A U R O R A’. Una serie di ispirazioni di stampo Tarkovskyano che lo inducono all’associazione del discorso uomo/natura/sole/energia, una lotta continua che troviamo nella densità dei suoi suoni.

La Buka ormai è gremita di persone ed Andy Stott non si fa attendere come il suo obbiettivo; ovvero quello di destabilizzare senza superare la soglia dei 130bpm. Il live si sviluppa tramite la necessità di inserire nuovi elementi che possano trascinare il suono elettronico in territori inesplorati, inaspettati. L’artista non suona per integro i suoi lavori, li spezzetta in segmenti che cambia in continuazione, cercando di entrare in sintonia con il pubblico e  proporre nuovi schemi. Paesaggi profondi e modulabili dove si sviluppano strati sempre più conturbanti in una scia quasi dub-minimal, sino ad azzardare un basso potente e oscuro, ma non violento, quasi sacrale. Andy Stott non è un dj-producer qualunque, ha la grande capacità di trasformare i suoi act in grandi performance, in esperienze sensoriali, incrementando l’energia ad ogni pezzo proposto. In questi ultimi anni l’artista si è esibito nei migliori locali, esperienza che lo ha rivitalizzato e lo ha portato a concepire nuovi obbiettivi.

A concludere ritroviamo il nostro Vaghe Stelle e noi possiamo arrampicarci sui pali da pole-dance e urlare 100 – c-e-n-t-o… girando una strana ruota con numeri e cicli lunari, qualcuno/a per caso sa di cosa si tratta?? E come funziona?? Grazie

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