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Published on luglio 9th, 2013 | by Matteo Davide

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Utopia: un teatro stabile in carcere

In un periodo di crisi culturale come questo, la tendenza degli spazi socio-culturali è quella di mollare tutto, di abbandonare, di chiudere. C’è invece chi ha deciso di rilanciare con un progetto apparentemente irrealizzabile: un teatro stabile nel carcere.

Per ogni cosa c’è bisogno di uno spazio. Uno spazio dove poter scrivere (come ad esempio questo splendido e ambizioso portale), uno spazio dove poter fruire, produrre, formarsi. Ogni tipo di progetto, di sogno, di visione ha bisogno di uno spazio. Lo spazio, sia esso un teatro, un cinema, un luogo di aggregazione, una sala polivalente o uno spazio ideale, è il punto di partenza del pensiero, della creatività, dell’innovazione.

La precarietà vissuta e percepita in questi anni in Italia è da considerarsi non solamente una precarietà economica o lavorativa, bensì una precarietà di lungimiranza, di sguardo in avanti, di percezione del futuro. E gli spazi si inseriscono a pieno in questa problematica. Cinema che chiudono sempre più frequentemente, teatri che non riescono a sopravvivere, centri culturali assenti, spazi gestiti malamente o affidati a improbabili enti. L’assenza, o comunque la scarsa presenza, di luoghi di aggregazione e condivisione impedisce il sorgere di nuovi movimenti culturali, ne frena l’impeto e la forza, creando così enormi vuoti socio-culturali.

Fortunatamente c’è chi ha deciso di andare contro questa situazione di stallo e di crisi culturale, reagendo secondo metodologie diversificate, che cambiano in base alla situazione, al territorio che le circonda e alle persone che lo vivono. C’è chi ha deciso di occupare, chi di seguire modelli privati di gestione di spazi, chi ha dovuto reinventare i propri spazi per garantirne la sopravvivenza. Infinita è la lista di esempi di spazi che continuano a vivere nonostante tutto e che proprio da questa crisi hanno tratto linfa vitale e nuova sorprendente vitalità.

In questo oceano di esempi, di nomi, di modelli socioculturali, ce ne è uno che su tutti rappresenta l’utopia e la visione rivoluzionaria del nostro futuro: il progetto di teatro stabile nel carcere di Volterra, in Toscana.

Nel carcere di Volterra risiede la Compagnia della Fortezza che da più di venti anni, con la direzione di Armando Punzo, porta avanti progetti teatrali con i detenuti. La Compagnia della Fortezza è stata pioniera nel teatro in carcere e rappresenta tuttora un modello per gli altri istituti penitenziari. Un’arte “delinquenziale” quella del regista Armando Punzo, il quale ha sempre puntato sulla qualità e sull’eccellenza dell’espressione artistica, senza mai porre in primo piano la sterile ostentazione del valore sociale e di recupero dell’attività teatrale. A partire dal 1993, con l’applicazione dell’art. 21 del codice penitenziario, la compagnia è potuta uscire dalle mura del carcere. La Compagnia è stata ospite di teatri e festival, con l’organizzazione di vere e proprie tournées. La Compagnia e i suoi attori-detenuti hanno iniziato a riscontrare un’enorme successo di pubblico e di critica, affermandosi a pieno nel panorama teatrale contemporaneo. Oltre ai numerosi premi che la Compagnia della Fortezza ha ricevuto, il carcere di Volterra è diventato epicentro culturale, attirando le attenzioni del mondo intero.

Da alcuni anni la Compagnia sta affrontando una nuova sfida, quella di portare e realizzare un teatro stabile nel Carcere di Volterra. Il progetto “Per un teatro stabile in carcere” ha come obiettivo quello di garantire continuità e solidità progettuale alla Compagnia, creare un polo di formazione professionale sui mestieri dello spettacolo, e realizzare un centro di coordinamento e documentazione sulle varie forme di teatro esistenti nelle carceri. La concretizzazione del progetto significherebbe soprattutto riconoscere e promuovere l’attività della Compagnia oltre i limiti imposti dalla logica della rieducazione del detenuto, trasformando un luogo di esclusione e marginalità in uno spazio permanente di cultura e crescita sociale.

Questa utopia ad oggi purtroppo sta incontrando tantissimi ostacoli. La realizzazione di tale progetto, tra mancanza di finanziamenti e ostracismo da parte di una cittadinanza che lo stesso Punzo definisce “poco illuminata e ancor meno lungimirante”, ad oggi non sembra poter trovare soluzioni. In un periodo come il nostro abbiamo bisogno di rivoluzioni come queste, per poter smuovere le coscienze, per creare pensiero, per restituire alla cittadinanza gli spazi che ad essa appartengono di diritto.

“E’ talmente vero che ci rendiamo conto, senza andar troppo lontano e osservando il comportamento della società vicina a noi, che conosciamo e in cui siamo inseriti, composta da persone che in massima parte conosciamo e ci conoscono, e che pure apprezzano il nostro lavoro e i risultati conseguiti, che è come impedita di fronte alla proposta di Teatro Stabile in Carcere a Volterra. Noi ci aspetteremmo entusiasmo per questo progetto proprio per i risultati innegabili raggiunti, ma paradossalmente sono proprio questi risultati ad esserci contestati attraverso un’inerzia che è uno dei tanti modi per contrastarci. La difficoltà di accettare fino in fondo questo progetto e l’innovazione dell’approccio che lo contraddistingue è evidente e si concretizza con un continuo rimandare ed evitare la possibilità di realizzarlo. Svilire ogni nostro entusiasmo e quello di chi crede in questo progetto dovrebbe portarci lentamente alla conclusione che è meglio mollare e non andare avanti su questa strada. Alcuni non capiscono cos’è e cosa potrebbe essere un Teatro Stabile in Carcere, altri semplicemente “sentono il dovere di non volerlo” . Eppure questa sarebbe una conquista di libertà e di civiltà per la società intera, non solo per i detenuti, ma come dice Abruzzese, è proprio la società a negarsi questa libertà e questa ulteriore conquista di civiltà.” Armando Punzo

Libertà, conquista di civiltà, ma soprattutto innovazione. Innovazione del pensiero, innovazione delle nostre abitudini, proponendo al mondo un nuovo, nuovissimo modo di vedere le cose.

Bisogna però cercare di capire se siamo pronti a questa folle e meravigliosa utopia.

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About the Author

Matteo Davide

Matteo Davide è attore, regista e drammaturgo. Laureato in Letterature Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma. Si forma con Luca Pizzurro, partecipa poi a diversi seminari e stage sul lavoro dell’attore e la scrittura scenica con registi e autori quali Pippo Delbono, Armando Punzo, Fabrizio Arcuri, Ascanio Celestini, Giancarlo Sepe e Giuseppe Argirò. Come attore lavora con le compagnie “Semintesta_Teatro” e “OlivieriRavelli_Teatro”. Ha lavorato nella fiction televisiva “Baciati dall’amore” di C. Norza e nella web serie “Next stop”di R. Maggi e D. Vittori, regia di Paolo Modugno (premio visual effect Los Angeles Web Film Festival 2013, selezione Roma Fiction Fest 2012). Scrive e dirige gli spettacoli “The John Fante Experience”, “Occhio pigro. Voglia di show” selezione Argot Off 2012, “Traffico” spettacolo semifinalista al premio Scenario 2009, “Per mia grandissima colpa”. Dal 2005 fa parte della direzione artistica del Festival Frammenti e del Festival Frammenti Teatro. Sempre dal 2005 lavora presso l’associazione culturale Semintesta in qualità di organizzatore eventi e responsabile della comunicazione. Ultimamente, insieme ad altri soci della Cantina Biasta è impegnato nella produzione del vino “Generoso” realizzato secondo un metodo artigianale che rispetti il processo naturale del vino. Ogni tanto, ma con poca frequenza, prova a cucinare il pane fatto in casa. Tifa Napoli senza remore e senza limiti e quando può ascolta a volume indecente i Clash e gli Smiths.



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