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Published on settembre 8th, 2013 | by Mirko Maccaronello

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Urbanistica e decrescita: l’illusione dello sviluppo sostenibile

L’attenzione di oggi sulle problematiche economiche-ambientali si devono al contributo che apportò in questa direzione il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” del 1972, sotto incarico del Club di Roma, che denunciò i limiti della Natura, non solo nelle risorse disponibili, ma anche nella propria capacità di ammortizzare gli impatti ambientali, comunicando un messaggio chiaro: “non si può invocare una crescita economica infinita avendo a disposizione risorse finite”.

Nel 1987 la Commissione delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo presentò lo studio “Nostro Futuro Comune”, conosciuto come “Rapporto Brundtland”, nel quale si definì il concetto di “sviluppo sostenibile”, inteso come la capacità di “soddisfare le necessità delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare le proprie”.

Nella pratica, in realtà, il processo di “sviluppo sostenibile” attuale ha tradito i propri valori, riducendosi ad un’ideologia come “falsa coscienza”, appoggiando nei fatti lo sviluppo economico indiscriminato che ha dominato la scena economica-sociale globale degli ultimi decenni, come dimostrano le grosse critiche ricevute dalla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo Sostenibile tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno 2012 (RIO+20), definita a larga scala “deludente e vuota”. Le molteplici voci della “Cupula dos Povos” (vertice mondiale dei popoli) denunciano che si è ripetuta la solita litania delle false soluzioni difese dagli stessi attori che hanno provocato la crisi globale.

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Il rapporto del 1972 portò pure ad una teoria alternativa allo “sviluppo sostenibile” chiamata Bioeconomia, portata avanti dall’economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen: “lo sviluppo sostenibile non può in alcun caso essere separato dalla crescita economica.

Enunciò la quarta legge della termodinamica, che lega la scienza economica alle leggi della fisica (e in particolare alla seconda legge della termodinamica) dicendo che “in ogni sistema chiuso la materia utilizzabile si degrada irrevocabilmente in materia non utilizzabile”.

La teoria della bioeconomia è poi stata tradotta dallo stesso Georgescu-Roegen nel sistema economico della Decrescita, il cui maggiore esponente oggi è l’economista francese Serge Latouche, il quale nell’articolo “Abbasso lo sviluppo sostenibile! Evviva la decrescita conviviale!” dichiara che è lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da due secoli, a generare gli attuali problemi sociali ed ambientali: emarginazione, sovrappopolazione, miseria e inquinamento. L’aggettivo «sostenibile» è solo ciò che consente al concetto di sopravvivere, rendendolo allo stesso tempo terribile e sconfortante, precludendo ogni via d’uscita e promettendo lo sviluppo eterno.

La decrescita è un movimento sociale nato dalle esperienze di sovranità alimentare, democrazia diretta e partecipativa, ecologismo, co-housing, occupazioni neo-rurali, rivendicazioni degli spazi pubblici, cooperative di consumo, energie rinnovabili, riciclo e prevenzione dei rifiuti. Tutto ciò può essere sintetizzato nel programma delle “8 R” di Latouche: rivalutare, ristrutturare, ricontestualizzare, ridistribuire, rilocalizzare,  ridurre, riutilizzare, riciclare.

La riflessione su una visione alternativa che consideri la limitatezza delle risorse e la diminuzione delle diseguaglianze non è nuova. Quello di cui abbiamo bisogno oggi è declinare ed articolare le sue proposte pratiche e politiche: un ricettario per l’azione (individuale e collettivo).

Non esiste una sola soluzione. Esistono complementarietà e multidimensionalità dei problemi e delle soluzioni. Bisogna superare il paradigma della scienza classica per dirigersi verso una nuova “scienza postnormale”,  abbandonare il pensiero economico (unico) e sfidare i mercati globalizzati aprendoci a mercati locali e forme di economie aperte (re)localizzate.

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Il dopo-sviluppo deve necessariamente essere plurale e collettivo, privilegiando il benessere sociale ed ambientale a quello materiale. Come non c’è niente di peggio di una società fondata sul lavoro che non abbia lavoro, non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita. La decrescita, dunque, può solo immaginarsi in una “società della decrescita”, intesa quindi non come una fase di “transizione”, bensì come una “trasformazione”.

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About the Author

Mirko Maccaronello

Nato a Catania ventordici anni fa, dove nel 2013 si laurea in Ingegneria Edile-Architettura con una tesi in Tecnica Urbanistica ma sogna di fare il contadino. Non va d'amore e d'accordo con i suoi colleghi professionisti preferendo decisamente la natura selvaggia ed i paesaggi incontaminati alle grandi metropoli e alle torri di cemento. Crede che l'unico modo per cui valga veramente la pena spendere un euro sia viaggiare, avendo anche trascorso durante la sua carriera universitaria due anni all'estero, in Spagna ed in Argentina. È al momento disoccupato ma riempie le sue giornate con attività di volontariato e militanza presso gli spazi occupati del Centro Iqbal Masih e del Campo San Teodoro Liberato a Librino, quartiere popolare alla periferia della sua città.



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