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Published on ottobre 23rd, 2013 | by Sara Colafrancesco

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Ricordati che devi morire

Se il 30 maggio dell’anno corrente foste andati alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, presso Torino, avreste trovato, all’interno di una sala, l’istallazione di un tendone da circo di grande dimensione, veramente imponente. Sulla cima del tendone c’era l’insegna “Cinema”. All’interno era un cinema a tutti gli effetti: poltrone rosse disposte per file, sedili ribaltabili e un grande schermo.

Nell’alternativa sala erano trasmesse delle opere di video-art. Era possibile vedere anche il programma: a orari diversi, differenti visioni. Tra le innumerevoli opere, una è balenata ai miei occhi: Tanatologia di Massimiliano e Gianluca De Serio.

Sul loro conto non serve dire molto: conosciuti nell’ambiente artistico e anche cinematografico, due personalità davvero interessanti. Interessante anche il loro modo di lavorare in simbiosi. Del resto sono gemelli.

L’opera è affascinante già dal titolo. La tanatologia difatti è una disciplina che studia la morte e le modificazioni del corpo post mortem. L’opera è basata sulla figura di una vecchia signora, all’incirca sulla settantina, la quale narra una storia in prima persona.

Molto toccante l’incipit “Quando sono morta era maggio del 1958…”.

Veramente singolare è la ripresa. Ci sono dei primi piani che diventano zoomate, che indugiano su particolari. Questo ravvicinamento è spesso così forte che sembra quasi di scorgere un paesaggio lunare o uno strano essere.

Una settimana dopo, esattamente il 6 giugno, presso il Dipartimento delle Scienze della Vita, vi fu l’incontro con gli autori. Durante la rassegna delle opere, illuminante fu il momento in cui giunsero a Tanatologia.

La storia narrata dall’anziana signora è la storia della loro nonna, morta per aborto all’età di trentatre anni. Sapere poi che l’interprete non è un’attrice ma una contadina, proprio come la loro nonna, e che recita a memoria, fa un certo effetto. L’anziana donna avrà sicuramente incontrato delle difficoltà nell’imparare a memoria il copione e nel recitare la parte di una contadina che se non fosse morta avrebbe avuto approssimativamente la stessa età. Succede così che la donna, non essendo attrice e avendo anche una certa età, ha dei vuoti di memoria che, nella narrazione filmica, diventano attese. Attese non richieste ma commoventi, vere. A detta dei fratelli De Serio, la donna cambia, seppur in minima parte, il canovaccio; riesce a metterci una parte di sé e l’effetto (voluto e non voluto) appare naturale e commovente.

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Anch’essa sembra commuoversi, e non resta difficile crederlo, poiché affronta un tema, quale la morte, davvero delicato alla sua età.

L’inquadratura così vicina appare una scelta quasi obbligata. La domanda che gli artisti pongono è “Come rappresentare una persona che non si è conosciuta ma che allo stesso tempo si conosce benissimo?”.

A mio avviso la precedente potrebbe essere una domanda retorica, poiché il risultato è calzante ed espressivo.

Un’inquadratura analoga è possibile notarla nelle foto di Franco Fontana viste come un frammento di mondo. I frammenti appaiono come forme pure, e pare di trovarsi davanti ad un quadro astratto. Anche l’indugiare insistente della telecamera sulle rughe della donna può apparire come un quadro astratto che è vivo: le rughe non restano ferme.

Analizzando meglio il termine, è inevitabile non pensare alla mitologia greca. Eros e Thanatos, uno il dio dell’amore, l’altro personificazione della morte. Tanato nacque dall’incesto tra Erebo e Notte, il primo personificazione dell’oscurità, mentre la seconda della notte terrestre. Suo fratello gemello fu Ipno, il sonno.

È possibile notare come la simbologia numerica torna prepotentemente: due sono i fratelli De serio, due sono i gemelli menzionati dall’interprete nel corto (Cosimo e Damiano), due sono le figure mitologiche e due anche le figure di donna.

Le figure femminili sono tanto distanti ma allo stesso tempo anche vicine. Freud prende in prestito le figure mitologiche di Eros e Tanato per enunciare in termini di conflitto psicologico due pulsioni: una verso la vita e l’altra verso la morte, le quali pare scorgerle altresì nella figura dell’interprete – non attrice.

 

Forse divago un po’, allacciandomi a due elementi già citati: la fotografia e Ipno. C’è stato un tempo in cui era una pratica comune scattare foto ai morti sia con gli occhi aperti sia chiusi. Nell’ultimo caso pareva quasi che dormissero, per questo ho citato Ipno. Basti pensare al film The Others per capire bene di cosa parlo.

Questo genere di foto nota con la locuzione latina “memento mori”, era pronta a ricordare che in questa vita si deve morire.

E il corto, a mio parere, sembra dire: ricordati che devi morire.

La morte è un tema che tocca tutti, è un evergreen. È vero: l’opera dei De Serio assume valori condivisibili perché, in generale, smuove gli animi. La novità però c’è e si manifesta nella resa: toccante, concreta ma allo stesso tempo virtuale e distante.

 

 

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About the Author

Sara Colafrancesco

Sara Colafrancesco studia all’Accademia di Belle Arti di Torino, è al primo anno del biennio Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo. Prima ha conseguito la laurea all’Università di Tor Vergata in Scienze dei beni culturali con indirizzo storico-artistico. Tra ottobre 2010 e maggio 2011 ha partecipato a uno stage al Circolo degli artisti a Roma, le mansioni riguardavano l’organizzazione e l’allestimento di mostre.



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