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Published on luglio 11th, 2013 | by Rossella Rago

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Psicopatologia dei mondi virtuali

Ebbene, se perfino il Papa ha un account twitter e riesce a benedire i suoi followers in 140 caratteri, probabilmente siamo molto più coinvolti di quanto non immaginiamo in un processo culturale che sta modificando le interazioni sociali, la percezione della realtà e perfino il nostro modo di pensare. Parlo del web, dei social network, di come internet e le tecnologie digitali abbiano permesso alla nostra mente di plasmarsi a dei massicci cambiamenti, sollecitati – o subìti? – da un fenomeno senza precedenti nella storia dell’uomo.

Esagero? Beh, forse no. Internet è senza dubbio il principale mezzo di comunicazione di massa e la pervasività delle nuove tecnologie inevitabilmente influenza la nostra percezione del mondo. Non sembra più così assurdo affermare che il mondo virtuale sia arrivato ad insidiare perfino l’identità della persona, l’essenza umana più intima.

Costruiamo la nostra identità giorno per giorno, sulla base di una serie di strutture acquisite grazie alle cure ambientali e grazie al costante processo esistenziale e di autoformazione che, prima dello sviluppo dei mezzi di comunicazione, utilizzava prettamente simboli acquisiti nei contesti di relazione faccia a faccia.

Oggi, invece, oltre alle cosiddette interazioni face to face, la formazione del Sé passa attraverso nuove relazioni sociali che si spendono in Internet, chat e telefoni di ultima generazione. Questo intreccio tra reale e virtuale disloca su un terreno inedito sia le relazioni sociali che la formazione della struttura di personalità tanto che si sta sviluppando un ambito di studio nuovo che analizza la psicopatologia dei mondi virtuali.

Modellata a misura d’uomo virtuale e adattata alla fenomenologia della Rete, la realtà sembra assumere confini sempre più periferici ed evanescenti permettendo all’identità di sganciarsi dalla propria fissità per esprimersi in molteplici Sé. Niente di strano, insomma, considerando che ognuno di noi, ogni giorno, ricopre più ruoli in contesti diversi : da seri professionisti in ambito lavorativo a goliardici personaggi nel tempo libero pur conservando una struttura coerente e una base identitaria solida. Il problema nasce in Rete, quando, nell’esperire transitoriamente diversi Sé, si corre il rischio che la contraffazione dell’identità possa favorire la nascita di un’identità fluida, soggetta sì, a molteplici stimoli, ma anche a svincolarsi, autoreferenzialmente, da un piano di realtà.

Lungi dal voler demonizzare la dimensione virtuale o sciorinare verità assolute, credo sia interessante sollevare una riflessione sulle dinamiche delle esperienze possibili nel cyberspazio e sui mutamenti profondi di identità che i nuovi ruoli, creati all’interno delle esperienze virtuali, possono generare. Riflessione ancor più doverosa, considerando che è la nuova generazione a essere esposta a rischi maggiori.

Nati in un mondo già digitale, gli adolescenti di oggi mostrano un’abilità tecnica e una familiarità con la tecnologia che ha permesso loro di sviluppare una maggior capacità cognitiva rispetto alla generazione precedente; tuttavia, tendono a prendere per buone tutte le informazioni che circolano in Rete manifestando scarsa capacità critica e passività che li rende, dal punto di vista psicopatologico, soggetti a rischio.

La preoccupazione legata agli aspetti psicologici e psicopatologici correlati alla diffusione di internet è molto discussa a livello clinico ma non trova un terreno fertile nelle agenzie educative deputate all’educazione e allo sviluppo del ragazzo. Quando si parla dei rischi di Internet tutti immaginiamo la possibilità che nostro figlio incorra in contenuti legati al mondo della pedofilia, della pornografia o del cyberbullismo…in questo caso, utilizzando i firewall, strumenti di filtraggio dei contenuti, abbiamo uno strumento di protezione sicuramente valido, ma certamente non sufficiente.

La dipendenza interattiva e mediatica appare direttamente proporzionale al malessere generazionale. Forse la dipendenza da Internet ha come scopo latente quello di automedicare relazioni sociali vissute come insufficienti? Risposte definitive non se ne possono certamente dare ma è senza dubbio una peculiarità della Rete quella di possedere caratteristiche allettanti, in particolare per gli adolescenti.

I cyberadolescenti navigano in Internet spinti dalla possibilità di accelerare il ritmo delle esperienze e delle interazioni, di mettere in questione la propria identità, esperendola e sperimentandola; la Rete offre loro la possibilità di soddisfare la ricerca di intimità e appartenenza ad una dimensione sociale, sentirsi adulti – grazie alla possibilità di gestione della propria sfera socio-emozionale al di fuori delle mura domestiche – esperire forme di sesso virtuale e sperimentare un senso di identità sociale.

Nel web, poi, la dimensione dell’anonimato che favorisce la disinibizione, la possibilità di trovare supporto sociale on-line e di creare identità parallele a quella reale, offrono un ambiente che permette di sperimentare quegli approcci che nella vita reale, invece, generano ansie e insicurezze. La Rete, dall’adolescente, viene percepita come uno spazio in cui si può muovere con sicurezza poichè permette di creare con più facilità quelle relazioni in cui “non ci si mette la faccia”. Ebbene, l’identità si forgia proprio lì, dove il ragazzo si sente sicuro; l’aspetto rischioso, in questo caso, è che egli arrivi a definire sè stesso in termini di ciò che è in grado di controllare e, ahimè, questa distorsione strizza l’occhio a una serie di devianze e distubi come l’abuso di sostanze e i disordini alimentari.

Insomma, se in qualche modo l’identità virtuale rappresenta una proiezione di quelle latenti, è necessario considerare come anche l’identità virtuale possa avere un’influenza su quella reale.

Tornando al concetto di maschere all’interno della Rete, l’applicazione più concreta ce la regalano i MUD, la trasposizione, online, dei “giochi di ruolo” in cui si comunica con gli altri per mezzo dei propri personaggi, recitando appunto, un ruolo. Qui l’identità rappresenta un elemento centrale e la possibilità di far emergere i Sé latenti rende l’individuo libero di esprimersi sotto una diversa identità. Tale fenomeno, denominato Gender-swapping ( fingere di essere di genere opposto), rappresenta una delle più affascinanti occasioni di esplorazione della propria identità. Amy Bruckman li ha definiti “laboratori d’identità”, proprio perchè permettono all’individuo di manipolare la propria identità e sperimentarne di nuove.

Ad una grande opportunità si contrappone, però, una grande preoccupazione: creare e vivere virtualmente un’identità desiderabile, attraente e interessante attraverso gli stessi requisiti ritenuti desiderabili nella realtà, può innescare una sovrapposizione importante, rendendo il soggetto simulacro di sé stesso, dando vita ad un’esistenza immateriale ma reale in cui può essere molto gratificato dall’esperire un altro Sé, specie se quello reale, nel quotidiano, è destrutturato. Mentre negli adulti la strutturazione della personalità ha una componente piuttosto organizzata, negli adolescenti è in costruzione e quindi assolutamente esposta anche alla perdita della coscienza dell’esserci, ad uno smarrimento dell’ Io tanto più se esiste una forte sensazione di solitudine e di inadeguatezza. Qui il ruolo di guida dell’adulto è fondamentale nel far emergere la consapevolezza che viviamo una realtà unica costituita da spazi materiali e spazi immateriali. Tutti questi elementi rendono necessaria oggi, più che mai, un’educazione attenta a coltivare un pensiero critico.

Per quanto riguarda i social network come Facebook, basati sulla identità reale degli utenti, essi riescono a ridefinire i confini tra identità reale e virtuale, spostando l’attenzione non tanto più sullo smarrimento dell’identità, quanto sulla percezione della propria immagine individuale dentro e fuori dalla Rete. In questo caso, infatti, la Rete può amplificare la capacità di esternare i singoli aspetti della nostra personalità a una vastità di attori che nella vita reale non potremmo avere come interlocutori.

In quest’ottica, il social networking può essere visto come un ritorno alla comunità, ai suoi legami stretti e al suo controllo sociale. C’è chi sostiene, addirittura, che i social network come Facebook siano funzionali al controllo sociale del malcontento, al suo contenimento e che funzionino come luogo in cui scaricare le proprie tensioni e frustrazioni, in cui esprimere aspetti della nostra personalità altrimenti penalizzati dalle regole dei setting e dai ruoli che quotidianamente dobbiamo interpretare. L’azione impulsiva appare gratificante ma probabilmente tale appagamento è patologicamente distorto poiché denuncia l’incapacità a sopportare il malcontento e le frustrazioni.

Anche in questo caso, la costruizione dell’identità può correre il rischio di essere percepita più dai rimandi ottenuti sulla base della nostra data-immagine piuttosto che su un ruolo interiorizzato e, comunque, l’autenticità delle relazioni umane è sempre posta in dubbio a causa della molteplicità di maschere che si possono assumere e della distanza che è maggiore, rispetto alla relazione face to face.

Il concetto di identità applicato all’incedere della tecnologia e al mondo virtuale è un contenitore enorme e, per ragioni di spazio e di competenza, non si può esaurire in poche righe. Forse c’è riuscito Charlie Brooker – autore inglese classe 1971 – con una serie televisiva: “Black Mirror”. Se non l’avete ancora vista e l’argomento vi affascina tanto quanto me, fatelo.

[social5#31]

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About the Author

Rossella Rago

Rossella Rago, classe 1980. Assistente sociale e Mediatore Familiare, mi occupo di disabilità e salute mentale presso l'Istituzione per il Sociale di un Ente Pubblico in Provincia di Roma.



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