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Published on luglio 5th, 2013 | by Valentina Chianese

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Potere e Disciplina in Foucault

Nei giorni passati è tornato al cinema il capolavoro di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Pensare a questo film vuol dire soprattutto pensare al potere, alle sue forme di disciplina e alle sue esplicazioni. E quindi, ovviamente, pensare a Foucault. Tuttavia, il concetto di potere in Foucault non si riduce all’ovvia constatazione di ciò che di coercitivo sottostà ad ogni organizzazione sociale, politica o giudiziaria, nel film maestosamente incarnate in Gian Maria Volonté.

In Foucault il potere non coincide, infatti, con il semplice concetto di dominio, che a queste organizzazioni meglio si adatta: mentre il dominio è potere cristallizzato che si impone in maniera fondamentalmente unidirezionale, il potere “puro” è distribuito e ramificato in una microfisica che pervade ogni relazione sociale e personale. Inoltre il potere è legato alla diffusione di ogni determinato “sapere”, cioè all’affermazione della totalità delle conoscenze e dei metodi di conoscenza regnanti in un dato momento storico. Ogni sapere è, per Foucault, espressione di potere.

Questo potere si manifesta in quelle branche del sapere che più delle altre catturano il soggetto nella sua unione psicologica e corporale: la scienza medica, la psichiatria e il diritto, preso nella fase dell’attribuzione della pena e della conseguente privazione della libertà. Si incardina cioè nei meccanismi sociali che inquadrano il malato, il folle e il criminale.

Ecco il perché dell’attenzione e della dedizione profonda di Foucault verso le organizzazioni sociali in cui non solo si manifesta il potere, ma si rivelano, lungo la loro genealogia, l’orizzonte mentale e conoscitivo delle persone che le hanno ideate e realizzate, e attraverso cui si sono perpetuate nel tempo, mutando col mutare della loro prospettiva esistenziale. Queste stesse mutazioni di prospettiva, per Foucault, non sono necessariamente consapevoli, in quanto spesso avvengono per balzi arbitrari; le loro ragioni non sono comprensibili in senso finalistico, ma se ne può solo prendere atto.

Foucault si confronta quindi con le principali organizzazioni sociali che definiscono il soggetto alienandolo dal corpo sociale della norma diffusa e accettata, cioè il manicomio, la clinica e il carcere, e lo fa attraverso l’archeologia. Infatti, non è possibile comprendere un momento storico e il sapere che lo pervade analizzando ciò che di sé stesso dice l’oggetto di studio – “Acquaiuo’ l’acqua è fresca?” “E’ comm a nev!” – e cioè la sua soggettiva prospettiva di presunta autoconsapevolezza, che potrebbe, in tal senso, essere definita con Marx “vera e propria ideologia”.

Comprendere un momento storico significa, soprattutto, analizzare, scavare, spolverare, spulciare gli archivi e consultare i dettagli, per poi distaccarsi dal dato e rivolgere la propria attenzione alle strutture essenziali che se ne deducono e che sottostanno alla visione del mondo che ne emerge. Per Foucault, con Nietzsche, morto l’uomo, è ora possibile pensare attraverso le impalcature nelle quali egli si muove, come il linguaggio e la scienza, cioè il sapere.

Esaminare l’istituzione dell’internamento e la successiva nascita degli ospedali psichiatrici significa prima di tutto analizzare l’evolversi dell’interpretazione della malattia mentale e della definizione del ruolo del folle nella società civile. Infatti è soprattutto in relazione alle norme sociali (siano essere morali o religiose) che la categoria insiemistica dei folli si è allargata o ristretta, a seconda di quale comportamento, in un determinato momento storico, fosse ritenuto anormale, scandaloso o irrazionale. Ed è sempre in base a questi criteri che il potere è poi intervenuto per isolare e, eventualmente, curare o punire. Sono poi gli stessi luoghi di internamento e i metodi di approccio e di cura a rendere comprensibile cosa il potere volesse imporre a chi e con quali fini, nei diversi momenti storici.

Per quanto riguarda la clinica e il rapporto medico-paziente, se è verosimile pensare che quando tratta malattie che non sono psichiatriche la medicina abbia un contatto diretto con il mero corpo del paziente, sarebbe però miope ritenere che non vi sia una precisa filosofia del soggetto dietro le trasformazioni della visione del soggetto fisicamente malato. Con la nascita della clinica e la strutturazione della didattica medica, il paziente si trasforma e diventa un piano di lavoro, un modello di malattia, un exemplum singolare da osservare in un ambiente creato appositamente. Foucault non risparmia inoltre alla storiografia medica ufficiale critiche aspre sulla vera e propria ideologia attraverso la quale si è cercato di proporre una visione storicista del percorso che ha portato alla medicina moderna.

Nell’analizzare, poi, la nascita della struttura carceraria moderna, Foucault mostra il parallelo mutamento del significato stesso della pena, con il passaggio dal supplizio pubblico ed esibito del criminale all’occultamento del suo corpo e della sua punizione che ha ora luogo all’interno delle mura invalicabili della prigione. Un’evoluzione che implica un diverso rapporto fra il potere politico-giudiziario e la società civile, oltre a un diverso inquadramento della colpa e del colpevole.

L’analisi che Foucault fa dell’internamento manicomiale, clinico o carcerario non ha il sapore della contrapposizione netta, della critica feroce, o della nostalgia di tempi passati. È piuttosto un portare alla luce, esibendoli e facendoli emergere, reticoli e strutture di potere che noi non riusciamo a scorgere di primo acchito.

La nostra convinzione di vivere in una società in cui la libertà individuale è garantita dallo Stato come valore fondante, ci impedisce, secondo Foucault, di riconoscere nelle istituzioni che ci circondano, nelle branche del sapere che ci indirizzano e nelle idee che ci animano, i mille legacci del potere. Ovviamente il fatto che Foucault punti la lente di ingrandimento sulle pieghe più sottili, nascoste e subdole delle forme contemporanee di potere non lo rende un nostalgico dell’Ancient Régime, non più di quanto una critica al neonazismo possa rendere nostalgici del nazismo vecchia scuola. Il lavoro di Foucault è rivolto alle moderne forme di potere principalmente perché quelle vecchie sono visibili in tutta la loro chiarezza ed evidenza.

Il supplizio pubblico del condannato che veniva ordinato dal re era una netta, limpida e trasparente espressione del suo potere assoluto, ma dal momento in cui il potere penale si è polverizzato ricadendo su tutta la società come un sottile strato di cenere, l’avere un aspetto grigio è divenuto un evento familiare, al punto di non essere più riconosciuto come evento artificiale.

Nell’analisi del carcere questo concetto è molto evidente. L’obiettivo della pena, con l’affermarsi del modello detentivo carcerario uguale per tutti, non è più il semplice punire ma, da un lato, rieducare il criminale piegandolo e, dall’altro, suggerire una connessione mentale immediata in tutti i firmatari del contratto sociale del rapporto infrazione–detenzione.

Le varie regole elencate da Foucault, cioè quelle della quantità minimale, dell’idealizzazione sufficiente, degli effetti laterali, della certezza perfetta, della verità comune e della specificazione ottimale, elaborate dai riformisti del sistema penale, e che sono state conservate nella creazione del regime carcerario, sono strumenti rivolti a chi sta fuori dal carcere e non a chi sta dentro (“E vist? Chill è iut carcerat!”). Si tratta di strumenti che vogliono creare nel cittadino un’inestirpabile introiezione del legame illegalismo–punizione. Il centro del problema non è la punizione reale e concreta, ma la sua diffusa e capillare rappresentazione mentale.

Il sistema carcerario, inoltre, abbandona l’idea riformatrice di “personalizzare” le pene, in modo da coprire ogni caso possibile nel solco del mito del code napoleonico, e fa invece una radicale inversione quando decide che per coprire ogni caso e piegare ogni uomo non si deve puntare a colpire la singolarità di ognuno, ma ciò che invece è comune a tutti: la docilità che si raggiunge se si è sottoposti a una sistematica, organizzata, ripetitiva e ritmata disciplina.

D’altra parte questa tattica non è affatto specifica del carcere, ma la ritroviamo nella rappresentazione che Foucault da della fabbrica, della scuola e dell’esercito. In tutte queste organizzazioni si isolano gli individui, li si sottopone a esercizi, a movimenti e a azioni identiche e ripetute, con precise scansioni del tempo, ottenendo come scopo principale un controllo che non richiede più le catene, ma è del tutto interiorizzato e, da un certo momento in poi, conseguenza spontanea, e ben tollerata dal soggetto, di un interno adeguamento alla ferrea legge dell’ordine.

Con questo Foucault non vuole dirci che il feroce e sanguinario supplizio sulla pubblica piazza è una pratica preferibile alla cosiddetta “dolcezza delle pene” del sistema punitivo moderno. Egli vuole semplicemente mostrare che si è passati da una applicazione saltuaria, arbitraria e episodica del potere punitivo a un’ irreggimentazione totale di ogni membro della società, che è doppiamente prigioniero perché è anche convinto di essere in buona parte libero.

Allo stesso modo, così come le pene vogliono rappresentare segni destinati agli innocenti/potenziali criminali, non molto diversa è l’interpretazione del ruolo del malato, a cui vengono attribuiti veri e propri doveri nei confronti dei sani – status che loro stessi ricoprivano in passato e si spera tornino a ricoprire in futuro – e, all’inverso, del ruolo del sano, che potrebbe a sua volta divenire un malato.

Ecco allora che il sapere medico giustifica la sperimentazione di nuove cure sui malati che avviene nella nuova clinica, affermando che è un dovere proprio del malato il mettersi al servizio di tutti gli altri malati e di coloro che potrebbero diventarlo, e quindi della comunità intera, sottoponendosi alla sperimentazione medica. Inoltre, con la nascita della clinica, viene abbandonato il progetto dell’assistenza familiare, a favore di un’assistenza generalizzata in cui lo Stato si prende carico di tutta la comunità, non solo curando chi ne ha bisogno, ma affermando la necessità di diffondere una cultura medica che orienti il soggetto verso una vita sana, che in fondo vuol dire “normale”. Ecco allora che anche qui, come nel caso del carcere, l’individuo è immerso in una serie di precetti sanitari, condotte salutari e abitudini profilattiche, che fanno interiorizzare un bisogno di essere docili, obbedienti, ma anche studiati, analizzati e, infine, se è il caso, sezionati.

Vediamo allora chiaramente come, in questo caso specifico, si incarni il generale rapporto sapere–potere, che è uno dei pilastri della riflessione di Foucault: il particolare sapere medico settoriale, svolto al capezzale del malato, viene inglobato dallo Stato che si fa carico della sua applicazione, indirizzandolo, stabilendone i confini, le possibilità e l’etica, ottenendo come risultato finale quello di poter gestire i corpi e, con loro, le menti. Anche qui, come nel sistema carcerario, c’è all’opera un nuovo modo di gestire il potere.

 Nel passaggio dal supplizio alla pena detentiva abbiamo visto che viene a perdersi quella manifestazione puntuale, saltuaria ma lampante del potere, che veniva esercitato alla massima forza su un singolo individuo per creare una simmetria biunivoca fra il delitto e il potere regio, in una visione duellista del rapporto criminale-monarca. Con il sistema carcerario il potere non decide più in maniera generica chi vive e chi muore, ma stabilisce una diffusa norma regolatrice che si applica a tutti e non solo ai criminali.

Allo stesso modo, in campo medico viene a stabilirsi una norma diffusa che impone un determinato modello di vita. Vi è una “medicalizzazione infinita” che obbliga a stare bene per il solo fatto che, appunto, è “normale”.

L’Ancien Régime non aveva come scopo la normalizzazione, ma anzi lasciava che una certa illegalità diffusa creasse una parvenza fittizia di equilibrio fra gli squilibri e di riscossa sociale e economica verso i privilegi acquisiti delle classi più abbienti. La punizione veniva applicata in maniera piuttosto arbitraria e spesso vi era una tale disparità fra l’entità del delitto e la ferocia del supplizio, che difficilmente poteva nascere un’automatica introiezione di un intrinseco legame fra i due.

Proprio questo obiettivo è invece perseguito dal sistema carcerario, che fa divenire estremamente “lieve” e accettabile la pena, introducendo la “dolcezza” e i concetti di rieducazione e prevenzione, per cui la sua rappresentazione può divenire familiare agli occhi di chiunque. Lo strumento principe in questo nuovo sistema è la disciplina. Attraverso la disciplina, tecnica rieducatrice del tutto estranea al concetto di punizione dell’Ancient Régime, si vogliono ottenere individui docili, in maniera diretta all’interno del carcere, della fabbrica, della scuola e dell’esercito, e in maniera indiretta in tutta la società, imponendo un generale concetto di normalizzazione che si diffonderà piuttosto facilmente e rapidamente. Suddivisione e

scansione del tempo in intervalli regolari, imposizione di attività ripetitive, isolamento (fisico nel carcere e nel manicomio, più sottile e interiore al di fuori), largo uso di tecniche di esame e di lievi ma numerose sanzioni: sono questi gli strumenti che permettono un efficace incapsulamento del soggetto nella rete del potere che – ripetiamo – non si presenta più nella limpida forma de “lo splendore del supplizio” ma nella forma della dolcezza, della rieducazione, dell’etica del lavoro e della salute fisica e mentale.

Analizzare l’applicazione di questa tecnica nel caso del manicomio è forse il modo più semplice di coglierne, dietro la maschera della cura e della riabilitazione, la caratteristica qualificante dell’oppressione. La malattia mentale, di per sé, quando si sviluppa, stringe il soggetto in una pervasiva privazione della libertà, ostacolandone in vario modo le facoltà di scelta, di progettualità e di creazione del proprio futuro. Basti pensare ai disturbi più noti, come la depressione, la psicosi, la paranoia o la schizofrenia che, in diversi modi, privano il soggetto della possibilità – mai del tutto realizzata appieno da nessuno, ma di certo negata a

priori nella patologia – di vagliare criticamente il proprio vissuto e il contesto di vita, in modo da poter scegliere “liberamente” un progetto futuro, seguire o meno un’inclinazione, farsi carico dei bisogni e delle esigenze degli altri e orientare la propria esistenza.

In una situazione simile, come si poteva ritenere utile la reclusione manicomiale e l’imposizione di una disciplina impietosa? In questa pratica vi era una livellazione delle patologie mentali che richiama la livellazione delle pene nel sistema carcerario, non più misurate in base alla persona e al contesto, ma rese tutte paragonabili e comparabili grazie alla moneta della lunghezza

della pena, unica variazione possibile della punizione. Ecco allora che, nel caso della malattia mentale, sparisce l’individualità del malato, che prima di tutto è un essere singolare e irripetibile, con un suo personale e preciso vissuto. Egli diviene un generico internato, che deve seguire una quotidianità uguale per tutti, con una terapia generalizzata e indifferenziata. Si dimentica così – o meglio, si nasconde – che la malattia è prima di tutto manifestazione di una crisi, che andrebbe quindi affrontata con attenzione e delicatezza, con gli occhi e le orecchie ben aperti, per cogliere in maniera più articolata e profonda possibile proprio ciò che distingue quel preciso individuo e la sua personale crisi da quella di un altro. Al contrario, si opta per una spoliazione del peculiare a favore di una sottolineatura del generico, eliminando così quel residuo di identità che la malattia aveva lasciato al malato.

Si potrebbe dunque concludere che il provvedimento preso non è tanto rivolto ad apportare un miglioramento alla condizione esistenziale del malato, quanto piuttosto a occultarla e a stigmatizzarla, attraverso un atto di rimozione e di oppressione che non può essere in alcun modo accostato al concetto di cura.

Quello che il XIX secolo ha inventato, e che la nostra epoca sta perfezionando inesorabilmente, è una forma di assoggettamento non più rozzo, coercitivo e palese ma, al contrario, sempre più “delicato”, invisibile e “piacevole”, al punto che fatichiamo ad accorgerci che noi, convinti di essere soggetti – nell’accezione di protagonisti – liberi ed eredi dell’Illuminismo, siamo in realtà soggetti – nell’accezione di assoggettati – ad una fittissima rete burocratica, etica, salutista e amministrativa, certamente razionale.

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Valentina Chianese

Mi chiamo Valentina Chianese e ho, momentaneamente, 32 anni. Vivo in Molise, dove sono cresciuta, ma ho origini campane. Mi sono laureata in filosofia, con grandi aspettative e risultati fiacchi, e a tempo perso in scienze politiche, con nessun impegno e risultati migliori. Adoro il cinema, la filosofia, la campagna, i gatti (non necessariamente i miei), mangiare e bere ma non è che la musica mi fa schifo. Sono relativista su valori che si approssimano al 100% e sono affamata di complottismo, mi viene spontaneo prendere tutto poco sul serio, comprese la vita e la morte, ma posso diventare feroce quando si tratta dell’AS Roma, che ritengo rappresenti l’ultimo sacro baluardo umano senza il quale dovremmo per dignità estinguerci e lasciare il mondo, appunto, ai felini. Sergio Leone, Nietzsche, Castoriadis, Freud e gli Slayer sono le mie icone di riferimento e spero lo diventino un giorno anche per voi. O anche no.



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