art Sven Marquardt

Published on gennaio 21st, 2015 | by Sara Colafrancesco

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La percezione di una mostra

Provate a immaginare una sera d’autunno, molto piovosa. In un palazzo del Settecento, il Palazzo Saluzzo Paesana, è allestita una mostra di fotografia, “GÖTTERDÄMMERUNG – Il crepuscolo degli Dei”.

Il fotografo è Sven Marquardt. È berlinese, della Berlino est. Nato nel ‘62, ha vissuto gli anni della divisione della città.

La prima cosa che si viene a sapere è che la mostra è divisa in due parti: una nel palazzo in questione, l’altra nell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli.

Il palazzo Saluzzo Paesana è imponente, maestoso e anche un po’ buio. Le fotografie nonostante la distanza stilistica con l’ambiente circostante, sono collocate in maniera sublime e pare quasi che siano lì da sempre.

Il ritratto è la forma presa in esame dal fotografo; inoltre, se si aggiunge che all’inizio della sua carriera lavorò per una rivista di moda, se ne coglie subito il modus operandi.

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Questi ritratti sono per la maggior parte sviluppati in verticale e non sono il classico mezzo busto. Riprendono, guarda caso, proprio da quelle immagini di vetrina, di moda, di rotocalchi.

Il bianco e nero si accorda benissimo con l’ambiente tardo barocco: da una parte la linearità delle fotografie incorniciate da semplici cornici nere a tutta foto, dall’altra i soffitti, i mobili e la tappezzeria delle pareti, ricchi d’oro e opulenza.

All’ambiente rassicurante si contrappone un’ambiguità profonda che attraversa tutte le immagini, sembra un alito di vento che smuove anche lo spettatore.

In particolare spicca una “piccola” foto (certo, piccola rispetto alle altre che sono decisamente grandi), l’unica con il passepartout bianco, collocata tra le ultime del percorso guidato. C’è una donna bionda seduta sulle scale di un interno, probabilmente di un palazzo dei primi Novecento, con delle scale molto curve. La donna ha il volto coperto poiché lo adagia sulle proprie gambe. La foto è o-scena, fuori-scena. Segue una messa in scena diversa dalle altre foto e altrettante regole diverse che rendono il corpo più nudo di quel che realmente sia.

La foto si contrappone al mainstream della nudità, è questo il caso in cui un corpo vestito è più nudo di uno che lo è realmente. Così, il gesto di celare il volto è sintomatico dell’o-scenità.

Poi l’altra sede della mostra è nell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli: si attraversa un porticato scandito da archi su pilastri cadenzati da eguale ritmo. Nel momento in cui si varca la soglia d’ingresso, è facile intuire un ambiente completamente diverso dal precedente, la mostra è allestita in uno spazio sotterraneo, abbastanza lineare e anch’esso scandito da archi; le pareti sono bianche, la luce è forte e crea un’atmosfera asettica. Le fotografie, più delle precedenti, esprimono un senso di prigionia e di morte: pare tutto APOCALITTICO.

Senza star a trattare singolarmente le fotografie, vorrei proporre una percezione sinestetica della mostra. La cosa che è più evidente, è la dualità.

Il duplice si manifesta dalla mostra stessa che è divisa appunto in due parti, e queste due parti sono molto diverse tra loro: una sfarzosa, l’altra minimal; una nei piani nobili di un palazzo, l’altra nel sotterraneo di un cimitero.

Questa bipolarità è espressa ovunque… Le foto sono tutte in bianco e nero, le silhouette seguono linee semplici ma complesse, le dinamiche di ogni foto pur essendo semplici sono studiate fin nei minimi particolari.

Insomma, tutto è chiaro ma articolato.

Quest’idea della dualità trova conferma in due fotografie che immortalano lo stesso modello, quasi nell’identica posizione e forse con lo stesso bambolotto tra le braccia. L’unica variante è il tempo. La prima a sinistra è stata scattata nel 1987, mentre la seconda è degli anni 2000 (forse del 2011 ma non ricordo bene). Si costituisce così un’altra dicotomia: prima/dopo.

A guardar bene, anche il fotografo cresce in una situazione di forte polarità: Berlino, parte est / parte ovest.

Riportando voci di corridoio, Sven Marquardt, a discapito dell’aspetto esteriore da “cattivo”, potrebbe incarnare il boy scout che fa attraversare le vecchiette per strada. E ritorna ancora una volta questo scisma.

Tutto ciò conduce a una parola: il Tao, e alla continua ricerca di equilibrio tra l’una e l’altra parte. Cercare l’unità.

In sostanza, una mostra senz’altro da… percepire.

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About the Author

Sara Colafrancesco

Sara Colafrancesco studia all’Accademia di Belle Arti di Torino, è al primo anno del biennio Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo. Prima ha conseguito la laurea all’Università di Tor Vergata in Scienze dei beni culturali con indirizzo storico-artistico. Tra ottobre 2010 e maggio 2011 ha partecipato a uno stage al Circolo degli artisti a Roma, le mansioni riguardavano l’organizzazione e l’allestimento di mostre.



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