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Published on gennaio 7th, 2014 | by Matteo Davide

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La società del commento

Dalla libertà di recensione alla libertà di imperfezione

Viviamo in una società dove il commento è divenuto uno strumento imprescindibile per la creazione e la diffusione del pensiero collettivo. Ma fino a dove ci si può spingere? Esiste un limite all’invadenza dell’opinione sfacciata?

Vivere ai Castelli Romani, in Provincia di Roma, è come vivere in una piccola isola felice. A pochi chilometri da Roma, i Castelli Romani sono spesso meta di brevi passeggiate e tranquille scampagnate, soprattutto quando l’estate soffoca la vita e le ferie dei residenti romani. Ma i Castelli Romani rappresentano, nell’immaginario collettivo di chi li visita, un’attrazione in particolare: la ristorazione. Chiunque visiti queste zone non può fare a meno di fermarsi, a pranzo o a cena, in un ristorante, una trattoria, o più tipicamente in una fraschetta (ovvero l’osteria dove poter bere il tipico vino di Frascati). E l’impressionante quantità di ristoranti presenti rende difficilissima, se non confusionale, la scelta del luogo adatto. Scelta che deve tener conto del prezzo, del parcheggio, della qualità del menù e di tutti i fattori che ciascuno di noi individua come elementi essenziali per poter effettuare la decisione della giusta trattoria.

Con l’avvento di applicazioni, siti internet specializzati e grandi social network a sfondo gastronomico-turistico come Tripadvisor et similia, la percezione della scelta è cambiata radicalmente, così come sono cambiate le valutazioni dei ristoranti. Una vera e propria rivoluzione insomma, che a sua volta ha scatenato una guerra a suon di adesivi di eccellenza e di stellette colorate.

Ma torniamo ai Castelli Romani, anzi più precisamente a Frascati, paese del vino, del cibo e dei ristoranti, nonché meta di quel “felicissimo soggiorno” che fu del grande Goethe, e prendiamo ad esempio le classifiche di Tripadvisor. C’è un esempio in particolar modo che dimostra in maniera lampante le contraddizioni e i rischi della scelta basata sulle classifiche di Tripadvisor: un ristorante che per non sedimentare ulteriori controsensi chiameremo Ristorante X, il quale si trova all’undicesima posizione in classifica. Al di sopra del Ristorante X, nella Top Ten dei ristoranti frascatani, c’è una sfilza di trattorie, paninoteche e osterie dalla dubbia qualità, ma che, anche a causa di un sistema di classificazione che danneggia chi ha più commenti, si ritrovano felicemente ai primi posti. E stazionare ai primi posti in un sito come Tripadvisor significa giovare di un enorme vantaggio nei confronti della concorrenza, oltre all’estrema visibilità che scaturisce dallo stare sul podio gastronomico del portale più famoso di recensioni on-line.

Così, mentre i turisti capitati a Frascati scorrono i primi posti della lista, il Ristorante X undicesimo in classifica resta nell’ombra, a causa soprattutto di una recensione, redatta da un turista italiano, molto simile ad una stroncatura. Riporto qui la recensione:

“Vengo spesso a Frascati ed ogni mi volta mi piace cambiare ristorante … posso dire senza dubbio che per adesso Ristorante X è stato il peggiore! pochissima scelta..3 antipasti singoli che non possono essere chiamati antipasti o pre-antipasti o al massimo serviti insieme possono formare una portata … tanta scenografia ma con prodotti semplici e facile da preparare in pochi minuti, 3 o 4 primi.. non mi è piaciuto…ah, dimenticavo: mio figlio ha preso della pasta con pomodoro fresco, vero che non l’ho notata sul conto ma sinceramente mai mangiata di peggiore!”

Questa valutazione così aspra e laconica, targata con il minimo dei voti, è una delle cause per cui Ristorante X non si trova tra le prime posizioni. E poco importa se lo chef è tra i migliori del territorio, se i prodotti sono biologici, se il maialino nero viene monitorato di persona, se la politica è quella del Km 0 e se le ricette dello chef vengono ammirate e riprese da trasmissioni televisive e importanti catering. Uno chef invitato proprio in questo periodo ad un tour negli Stati Uniti, assieme ai migliori chef italiani, ma che viene retrocesso per una pasta al pomodoro non gradita ad un ragazzino e peraltro non inserita nemmeno nel conto.

Si può dunque soccombere per un pugno di spaghetti al pomodoro? In che modo dobbiamo e possiamo utilizzare strumenti come Tripadvisor? Di cosa e chi dobbiamo fidarci? Esiste una linea di demarcazione oltre la quale non potersi spingere?

Negli ultimi anni si è riflettuto a lungo sui pregi e sui pericoli di portali come Tripadvisor, sulle metodologie di classificazione adottate, sui rischi di fake account e sui potenziali danni che essi possono apportare. Ci sono stati casi addirittura di fake restaurant come “Oscar’s”, con finti indirizzi, finte recensioni e finti sold out sulle prenotazioni dei tavoli. Interessante è anche l’intervista di Wired al responsabile italiano di Tripadvisor, in merito ad una vera e propria sommossa di alcuni albergatori italiani allarmati dal nuovo “mostro” censore.

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Tripadvisor difatti recensisce non solo ristoranti, ma anche alberghi e agenzie turistiche, abbracciando così un settore immenso: quello turistico, che in Italia rappresenta un importante e consistente apporto all’economia nazionale. Da qui scaturiscono non solo problemi legati al gusto o all’estetica, ma soprattutto questioni legate alla concorrenza e alla sempre più imperante crisi economica.

Non è mia intenzione con questo articolo scagliarmi contro Tripadvisor, scadendo nella recensione del recensore o nel commento del commento. Credo che sia prezioso poter usufruire delle impressioni della gente e leggere le opinioni dei consumatori. Ma non credo sia l’unica via.

Così come personalmente non credo esclusivamente alla critica elitaria. Chi lo dice che un grande critico abbia sempre ragione? Anche la critica, quella specializzata e ufficiale vive un momento di forte contraddizione. Una critica (non solo gastronomica ma anche letteraria, cinematografica, teatrale eccetera) sempre più schiava del commercio, della pubblicità, e talvolta anche dei poteri forti. Una critica che ha saputo diventare lobby, una critica che è diventata creatrice di pensiero. Una critica che influenza in modo malsano i movimenti e le correnti culturali. Una critica abitata da anziani che recensiscono anziani.

Viviamo in un limbo dove da una parte si staglia la Critica con la C maiuscola e dall’altra pulsa in maniera vibrante la voglia di commentare, mossa anche da un sentimento di rivalsa nei confronti di questa lobby del giudizio. In questi ultimi decenni il commento è diventato un aspetto importantissimo della nostra società. Una società allattata da televoti, giochi a premi, interventi da casa. Una società nutrita da bagarre televisive, risse coreografate, slogan pungenti. Un mondo educato a intervenire senza pensare, a premere un tasto per esprimere un’opinione. Siamo cresciuti in una società rafforzata dalle stellette affianco al nome, dalle quantità numeriche; una società ossessionata dal voto, dalla lode, dalla critica. Per questo siamo diventati tutti critici. Critici del gusto, dei ristoranti, degli spettacoli. Informatori di truffe, conoscitori del bene e del male. Giornalisti last minute, reporter casuali, saggiatori di moda, di tendenze e politica, scrittori di pamphlet improvvisati, diffusori di conoscenza.

Ritengo a mio modesto avviso che, per scongiurare un uso malato del commento, si debba ritrovare un sano spirito critico, animato dalla ricerca di informazioni (dirette e indirette), dall’intelligenza comparata e dal pensiero che precede il commento.

Ma soprattutto, in questa nostra ricerca spasmodica della perfezione, delle cinque stelle, delle tre forchette, del 100%, dell’universalità del gusto, bisogna ritornare al concetto di errore. Tornare meravigliosamente all’accettazione dello sbaglio e della conseguente relatività della soggettività. Ritornare all’imperfezione. All’umana imperfezione. Per poter scegliere un ristorante, uno spettacolo, un concerto o un film senza per forza attenerci ai primi in classifica e senza la fretta di tornare a casa recensendo tutti i particolari che non ci soddisfano.

Bisogna ritornare a godersi lo sbaglio, bisogna saper accogliere le imperfezioni. Evitare di annegare nel commento superfluo, recuperando quel senso di comprensione inteso etimologicamente come l’abbracciare, prendere insieme.

Perché magari quella serata al ristorante o a teatro non era la serata giusta. O probabilmente perché talvolta conviene fermarsi a capire in silenzio le vere motivazioni che ci inducono a decretare se una cosa ci piace oppure no.

Perché capita a tutti di sbagliare, o no?

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About the Author

Matteo Davide

Matteo Davide è attore, regista e drammaturgo. Laureato in Letterature Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma. Si forma con Luca Pizzurro, partecipa poi a diversi seminari e stage sul lavoro dell’attore e la scrittura scenica con registi e autori quali Pippo Delbono, Armando Punzo, Fabrizio Arcuri, Ascanio Celestini, Giancarlo Sepe e Giuseppe Argirò. Come attore lavora con le compagnie “Semintesta_Teatro” e “OlivieriRavelli_Teatro”. Ha lavorato nella fiction televisiva “Baciati dall’amore” di C. Norza e nella web serie “Next stop”di R. Maggi e D. Vittori, regia di Paolo Modugno (premio visual effect Los Angeles Web Film Festival 2013, selezione Roma Fiction Fest 2012). Scrive e dirige gli spettacoli “The John Fante Experience”, “Occhio pigro. Voglia di show” selezione Argot Off 2012, “Traffico” spettacolo semifinalista al premio Scenario 2009, “Per mia grandissima colpa”. Dal 2005 fa parte della direzione artistica del Festival Frammenti e del Festival Frammenti Teatro. Sempre dal 2005 lavora presso l’associazione culturale Semintesta in qualità di organizzatore eventi e responsabile della comunicazione. Ultimamente, insieme ad altri soci della Cantina Biasta è impegnato nella produzione del vino “Generoso” realizzato secondo un metodo artigianale che rispetti il processo naturale del vino. Ogni tanto, ma con poca frequenza, prova a cucinare il pane fatto in casa. Tifa Napoli senza remore e senza limiti e quando può ascolta a volume indecente i Clash e gli Smiths.



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