social animalista

Published on dicembre 16th, 2013 | by Valentina Chianese

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Ipocrisia onnivora e narcisismo animalista

Premessa: si consideri implicita e sottintesa, per ogni categoria descrittiva utilizzata, l’espressione “nella maggior parte dei casi”.

Ennesimo viaggio dal veterinario, ennesima riflessione sulla scarsa lucidità di pensiero che ci coinvolge un po’ tutti, soprattutto quando si tratta di pensare a se stessi e analizzare i propri comportamenti. Che c’entra il veterinario? C’entra.

Capita molto di frequente, soprattutto su Facebook, nei tg nazionali o equivalenti amenità, che ci si scagli contro quello che ha ucciso il cane tenendolo legato alla macchina in corsa, contro i cinesi che mangiano i gatti, contro i rumeni che gasano i cani, contro la sperimentazione animale. Da un bel po’ sono passati di moda quelli che sfondavano a bastonate i crani dei cuccioli di foca. Non credo di essere stata l’unica bimba traumatizzata dalla scena, all’epoca. In questi giorni il popolo della rete si è scatenato con una violenza verbale simile a quella usata contro i molestatori di bambini nei confronti di una donna il cui hobby è la caccia grossa.

Questi anatemi sono ovviamente leciti: ognuno ha la propria etica e ognuno stabilisce il suo personale confine fra giusto e sbagliato. Spesso, emotivamente, reagiamo molto male a certe scene, soprattutto a quelle di sevizie gratuite. Ma fondare la propria etica sulle proprie reazioni emotive è un’azione sensata?  Lecita? O quando si tratta di emotività l’etica non c’entra niente?

In questo caso specifico il problema, per me, sorge quando cerco di comprendere il sistema di valori di chi impalerebbe fuori dalle mura della città il cuoco cinese di gatti, ma vive perennemente nell’eccezione e nella contraddizione dei valori professati, usando come alibi un’inconsapevole e arbitraria preferenza personale, e qui l’etica un po’ si offende.

Mi riferisco, nello specifico, agli animalisti che però sono anche onnivori. Quelli che stanno male per i cani legati con una catena corta, che si disperano al pensiero dei cinesi che mangiano i gatti, che avvampano di furore quando si sperimenta sui topi e che considerano una donna che va a caccia di leoni e zebre una “troia” e una “puttana” che meriterebbe di morire, ma che non hanno nulla da eccepire sulla vita e la morte degli animali di cui si nutrono. Si sa, è noto: l’agnello è figlio di puttana. Le poche volte in cui, vagamente, argomentano una risposta, questa è “vabbè ma che c’entra, quelli sono animali da compagnia” o, come nel recente caso del leone, “quello è un animale nobile”.

Beh, certo, la natura o il padreterno o chi per loro hanno generato diversi tipi di animali: quelli da mangiare, quelli da eliminare con la disinfestazione e quelli da amare e/o nobili. Sono fini propri delle specie. Il gatto è nato per essere amato, il cane per essere un amico, il leone per essere re, e ne sono consapevoli. Di conseguenza, quando li tratti male, soffrono molto per questa reductio esistenziale, molto più degli altri. La gallina invece affronta il proprio sgozzamento del tutto tranquillamente, consapevole di esistere per essere mangiata. È in relazione alla loro diversa natura di animali speciali che si applica diversamente l’etica.

Ovviamente sfugge all’onnivoro animalista il semplice fatto che la compagnia dell’animale è monodirezionale: nessun animale ha come obiettivo finale nella vita quello di avere/fare compagnia come attività fine a se stessa, al limite l’animale fa branco per scopi piuttosto pratici. La compagnia emotiva è un desiderio dell’uomo, e per averla usa l’animale. Lo sta usando. Lo dimostra la costante e ragionata selezione di razze canine e feline, modellate in modo da andare incontro ai desideri del padrone. L’alternativa è andare a cercare compagnia fra i lupi in qualche bosco di conifere dell’Europa orientale. Provateci e fatemi sapere.

Mi spiace, per quanto voi possiate chiedere al vostro gatto quanto vi voglia bene e se, lasciato a se stesso, riuscirebbe a trovare un senso alla propria vita, il vostro gatto risponderà sempre la stessa cosa: niente. Lo ha detto bene Werzog: “the overwhelming indifference of nature”. Sì, ci sarebbe forse un discreto approfondimento da fare sui cani, perché c’è chi può affermare quanto siano bisognosi di un padrone, quanto siano affettuosi e compagnia cantante. Questo però renderebbe eccessivamente lunga la divagazione.

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Voglio limitarmi a sottolineare che: 1) le razze attuali sono – appunto – selezionate per varie attività, fra cui fare compagnia e questa caratteristica è stata accentuata da un nostro intervento; 2) i cani randagi formano, quando possono, branchi che soddisfano le loro esigenze sociali; 3) in ogni caso, se anche dovesse esistere una cosa chiamata “amore puro e disinteressato”, il mondo animale non sa cosa sia. E dire “ma non è vero! Le mamme coi cuccioli! Il mio cane mi ama!” è un ennesimo attribuire connotazioni umane a comportamenti che si sono sviluppati sempre con fini evolutivi. Mamma gatta e mamma cagna, in certe condizioni, mangeranno i proprio cuccioli e, sempre se serve, mangeranno anche voi, alle strette. È brutto? È orribile? No, è naturale.

L’ animalista onnivoro giudica: il cacciatore che si disfa di un cane non più utile oppure che uccide un leone: una bestia; il biologo che fa test sui sorci: un sadico; il cinese che mangia gatti: abominevole. E invece pensa di sé, che adora il barbecue e fa tagliare le palle al gatto, di essere una persona nobile di cuore. Tutti i succitati stanno usando l’animale, ma uno fra di loro non è un criminale, bensì un’anima bella. Perché? Perché quando si tratta di applicare alla realtà dei fatti il proclama per cui gli animali avrebbero dei diritti e non andrebbero usati per propri fini, l’animalista onnivoro fa di se stesso un’eccezione, perché l’uso che lui ne fa è amorevole, puccioso, nobile e, nel caso dell’alimentazione, indispensabile. Ovviamente è un enorme, immensa balla per autogiustificarsi e contemporaneamente autospompinarsi, ma di quelle di bassa lega, tipo “sì è vero che ho stuprato quella ragazza, ma l’ho fatto per lei, era tanto sola”. Far asportare l’utero a una gatta non è un fatto di per sé oggettivamente nobile, che quindi vale come giustificazione; è l’inverso: ci si giustifica attribuendo nobiltà al gesto compiuto. Uno dei meccanismi psicologici più meschini che ci siano, il padre del moralismo e il fratello carnale dell’ipocrisia.

L’ animalista sente chiaramente di fare del bene. Nel dare un tetto al micio vagabondo è travolto da enormi ondate di energie positive e amore cosmico, ma il fatto che stia facendosi questo gargantuesco pippone a due mani non è necessariamente una prova del fatto che lui sia davvero così nobile. Del resto, se si tratta di nobiltà d’animo e amore disinteressato, perché non adotta una capra, di quelle che ti mangiano i mobili in mezza giornata e ti prende a cornate lo scroto? Perché su Facebook non si legge mai “biscia cerca casa” o “salviamo questa gallina da un destino atroce”? Forse perché la capra, la biscia e la gallina non sono animali abbastanza pucciosi? Po esse.

Questa contraddizione la vivo anche io. Ho sempre avuto molti gatti, li amo, li mangerei – forse – solo se si trattasse di vita o di morte, e quando stanno male li curo. Quindi faccio una differenza fra loro e gli animali allevati e uccisi a scopo alimentare, di cui quotidianamente mi nutro. Questa differenza è arbitraria ed è dovuta ad un mio capriccio. Non potrei mai, io che uso il maiale da morto per fare pasquetta e i gatti da vivi perché mi fanno sentire stranamente bene, eccepire i gusti alimentari e l’uso che si fa degli animali nel resto del mondo, né tantomeno elevare un mio capriccio a legge universale.

Emotivamente la storia è diversa. Quando il mio compaesano mi porta un coniglio depezzato, lo ringrazio e lo pago. Se mi portasse un mio gatto depezzato gli sparerei alle gambe, di questo ne sono certa. Però ritengo che la promulgazione di leggi generali e universalmente applicabili dovrebbe essere il più possibile svincolata da questo tipo di meccanismi. Anche perché altrimenti quelli che considerano il coniglio un animale da compagnia sarebbero autorizzati a venirmi a sparare.

Certo, si dirà, ma gli animali torturati? Gli animali seviziati? Beh, caro animalista onnivoro, allora non sei mai andato nell’allevamento intensivo da cui provengono la carne e il latte che compri a pochissimo al supermercato, dove il pollo costa meno dei peperoni fuori stagione. Soprattutto non sei mai stato in certi mattatoi.

E qui devo introdurre la categoria secondo me più irritante, nella quale ho saltuariamente marciato in passato: gli onnivori che fanno dell’essere onnivori un punto d’onore. A me piace la carne, assai, si intuisce credo anche dalla mia foto in basso. Da qui a pontificare sulle azioni del prossimo facendone una questione di merito ce ne corre. Se confronto un forum di vegetariani ragionevoli e un qualsiasi forum anti-vegetariano per me è immediatamente evidente che i vegetariani sono, fra i due gruppi, i più coerenti. Professano di amare gli animali, tutti, e oltre ad accudirli non li mangiano.

Non entro nel merito del se sia giusto o meno, sensato o meno, e comunque ci sarebbe da verificare dove arriva realmente questa volontà di non nuocere, ma intanto una certa coerenza etica c’è. Sui vegetariani/vegani esaltati non c’è niente da dire, è puro narcisismo anche quello. Pensare che un porcellino separato dalla scrofa soffra come un bambino mandato in orfanotrofio è un sintomo patologico di proiezione narcisista.

E il forum anti-vegetariano? Tipicamente formato da frustrati che, con le stesse argomentazioni che userebbero in curva allo stadio o alla gara di chi piscia più lungo, si autoincensano, cercando di dare di sé una immagine cinica, dura, vera, maschia, di chi ha ben chiaro cosa vuole  – gli arrosticini – e come averlo: comprarli già fatti. I vegetariani, invece, quelle checche isteriche, pateticamente stanno lì a dispiacersi per l’agnello e la capretta, smidollati senza palle che saranno schiacciati come miserabili pulci dal guerriero onnivoro di Facebook.

Ovviamente questo castello di carte cade miseramente quando questi sanguinari guerrieri si trovano davanti le foto della suddetta cacciatrice con la bestia morta a fianco: si stracciano le vesti urlando improperi e chiedendo all’altissimo una feroce vendetta per una simile ingiustizia: un animale è stato ucciso! Inaccettabile. “Beh ma che c’entra”, ti diranno sputando veleno, “lei lo uccide per sport, non ne ha veramente bisogno, quella troia maledetta”. Beh certo, tu invece moriresti in 2 giorni se rinunciassi ai torcinelli.

Prendete uno di questi superuomini onnivori e cucinategli il loro gatto. La maggior parte piangerà per due anni, gli altri si toglieranno la vita. Oppure portateli al mattatoio. Oppure ditegli che se questo inverno vogliono le salsicce devono scannare e macellare il porco con le loro mani. Si tatuerebbero EAT ME, LEAVE THE PIG ALONE sul culo.

E ancora: diffidate da chi vi dice che fa ciò che fa “per il bene della bestiola”. La bestiola non ha un bene, la bestiola nasce, prova a crescere e riprodursi, poi muore. Non ha altri obiettivi, né glieli si può spiegare o insegnare. Zero, nada, non hanno standard troppo elevati sulla loro qualità della vita né hanno particolari questioni esistenziali da dirimere, gliele si possono solo attribuire.

Chi, come me, dedica soldi, tempo e fatica alla cura del proprio animale domestico (e questo vale tanto per gli onnivori che per i vegetariani) lo fa per sé e basta, per una serie di motivi. Perché ama quella bestiola e soffrirebbe se la bestiola schioppasse. Perché considerandosi un amante degli animali si applica un upgrade etico. Perché ha un vuoto affettivo. Perché amare le persone è complicato ed è mille volte più facile prendere un gatto e poi elevarlo a status di persona (poi che questo sia un delirio non ditemelo, sto bene così).

Pensare che sterilizzare un gatto o un cane sia per lui un bene significa implicare che c’è uno scollamento fra la vita naturale della bestiola e quella che invece la bestiola dovrebbe vivere per essere felice. L’animale che va a caccia per mangiare e lotta per riprodursi è un animale che verrà morso, verrà investito nel suo vagabondare, prenderà malattie e infezioni. Per una certa tipologia di amanti degli animali tutto ciò è crudele, ingiusto, sbagliato; l’animaletto, per essere felice, deve fare una vita comoda, domestica, umana, non deve lottare per mangiare né per riprodursi né per difendere i propri cuccioli. Prendersi la responsabilità di attuare questa trasformazione è per loro un gesto estremamente nobile, si tratta di noblesse oblige.

Amare un animale significa allora svincolarlo dalle leggi di natura. Ma questo significa amare un ideale di animale, una versione fantasiosa e inesistente dell’animale. L’animale è totalmente, completamente saturato dalla natura. Siamo noi umani quelli che vivono col piede in due staffe, dentro e fuori dalla natura a seconda di come ci conviene, dandoci di quando in quando le nostre leggi autonomamente dalla vita naturale. Siamo sicuri che anche gli animali debbano farlo?

Posso dire che sfugge completamente il senso della cosa? Posso dire che non c’è niente di giusto o sbagliato in natura? Posso dire che gli animali, per come li conosciamo, sono così proprio perché si sono evoluti seguendo le leggi di natura? Ora dovrebbero smettere di seguirle? Perché? Dovremmo riprodurre in vitro tutte le specie? Dovremmo portare le crocchette ai leoni nella savana per salvare le povere gazzelle dal loro atroce destino? E le pantegane? E le blatte? QUALCUNO PENSI ALLE BLATTE!

Chi sterilizza il cane o il gatto: 1) vuole un animale ma non vuole farsi rompere i coglioni dai calori, dalle cucciolate e dall’urina, e non vuole lo scazzo di portarlo dal veterinario per i mille malanni che si procura un animale “animale” oppure 2) ha una concezione dell’animale come soprammobile. Non eccepisco, non entro nel merito, ognuno decide per sé, semplicemente non accetto la balla del “è per il suo bene”. Non mi pare vi abbia mai comunicato questa sua esigenza. Se ritenete di fare il suo bene tirandolo fuori dalla sua natura allora dovete essere ben saggi, a livelli divini.

Torniamo alla visita dal veterinario. Nelle sale d’attesa dei veterinari si vede chiaramente il distacco patologico dalla realtà di molti padroni di animali domestici, dovuta all’antropomorfizzazione della bestiola. Nella mente di questi tipi di padrone la percezione del proprio cucciolotto è passata da tempo da “animale” a “creaturina pelosa che in fondo è come me o al massimo come un bambino, anzi no è proprio un bambino figlio mio”. Di conseguenza questo padrone non sente l’esigenza di avere il cane al guinzaglio o il gatto nel trasportino. Tanto basta parlargli e quello capisce. Ovviamente la tragedia è sempre dietro l’angolo con questi cani e gatti tenuti a freno solo dai marziali “fai il buonino!” dei loro accompagnatori umani, però poi a sciarro avvenuto “che strano, è sempre stato così buono!”. Sì, nella tua testa lo è sempre stato e lo sarà ancora, per sempre, peccato che sia un animale, che non è di per sé né buono né cattivo.

Credo che si tratti come sempre della solita questione di come ci si rapporta ai propri oggetti d’amore. Quanto ci si può spingere nell’idealizzarli, dominarli, tutelarli? Fin dove è lecito essere ciechi di fronte alla realtà dell’altro, in nome dell’amore? Fin dove è lecito giustificare le proprie azioni in base ad un – vero o presunto è lo stesso – amore per l’altro, quando in realtà le stiamo giustificando solo perché sono le nostre di azioni? E noi non vogliamo farci rompere i coglioni. Sottoporre un gatto ad un’operazione chirurgica che gli salva la vita fin dove è un’azione fatta per noi che lo vogliamo vivo, bello, sano e felice, e quando inizia ad essere un’operazione fatta per lui? E sopprimerlo, fin dove è un gesto che ci toglie dall’insopportabile posizione di vederlo soffrire e quando inizia ad essere un nobile gesto nei suoi confronti? E siamo sicuri che lo sia, in fondo?

Personalmente, non lo so. Nel dubbio, non impalerei quasi nessuno.

Forza Roma.

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About the Author

Valentina Chianese

Mi chiamo Valentina Chianese e ho, momentaneamente, 32 anni. Vivo in Molise, dove sono cresciuta, ma ho origini campane. Mi sono laureata in filosofia, con grandi aspettative e risultati fiacchi, e a tempo perso in scienze politiche, con nessun impegno e risultati migliori. Adoro il cinema, la filosofia, la campagna, i gatti (non necessariamente i miei), mangiare e bere ma non è che la musica mi fa schifo. Sono relativista su valori che si approssimano al 100% e sono affamata di complottismo, mi viene spontaneo prendere tutto poco sul serio, comprese la vita e la morte, ma posso diventare feroce quando si tratta dell’AS Roma, che ritengo rappresenti l’ultimo sacro baluardo umano senza il quale dovremmo per dignità estinguerci e lasciare il mondo, appunto, ai felini. Sergio Leone, Nietzsche, Castoriadis, Freud e gli Slayer sono le mie icone di riferimento e spero lo diventino un giorno anche per voi. O anche no.



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