social inclusione ed esclusione sociale

Published on settembre 24th, 2013 | by Valentina Chianese

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INCLUSIONE ED ESCLUSIONE SOCIALE de noantri

Esclusione: processo multidimensionale di progressiva rottura sociale, che causa il distacco di gruppi e individui dalle relazioni sociali e dalle istituzioni, impedendo la piena partecipazione alle comuni e normativamente prescritte attività della società in cui vivono (cit. Hilary Silver).

Inclusione: probabilmente il contrario.

Facciamo una premessa.

Durante gli ultimi mesi abbiamo assistito a un’affollatissima e raccontata col megafono barzelletta con protagonisti l’italiano, il padano e l’italo/congolese. L’italiano, un troll deliziosamente camuffato da ultrà dell’INPS, decide di buttare un raudo e nominare un ministro in base all’etnia, distraendo gli elettori dal cetriolo con la stramiliardesima bagarre futile, e tramite Varys dirama un comunicato stampa a tutti i tg della serie “da oggi si parla solo di questo”. Il padano, da poco fuggito dal circo, ebbro di donne e di pittura, ma soprattutto intossicato dalle acque del Po, non aspettava altro e, da buon tifoso, inizia a rivolgersi alla ministra dandole della mangiabanane, come facciamo del resto tutti noi quando perdiamo un derby per colpa degli sporchi giocatori extracomunitari avversari che dio li fulmini con tutto Formello, mentre i nostri extracomunitari sono adorabili. La ministra, in tutto questo, prende ingenuamente le cose molto sul serio. Dal troll pretende protezione, dalla comunità padana pretende scuse e rispetto, fino ad arrivare a posizioni estreme: “Guardi, signor Maroni, che mica lo so a questo punto se ci vengo alla festa della Lega”. (Zaia ha commentato “non  ti preoccupare, ci vediamo alla festa del PD”. 92 minuti di applausi alla presa per culo del secolo).

Se cerchiamo di analizzare questa situazione attraverso i filtri sociologici dell’inclusione e dell’esclusione, chi sono qui gli inclusi e chi gli esclusi, se ce ne sono?

Ancora più a monte, chi è da considerarsi incluso o escluso, in una società? Essendo io una capra non posso rispondere alla domanda, e tocca chiedere ai grandi antichi.

Secondo Spencer, empatico filantropo, la totale inclusione dei cittadini all’interno del corpo sociale è possibile solo in una società di stampo militare. Qui il soggetto è totalmente esaurito nel contesto sociale: non vi è traccia di individualismo, non vi è iniziativa privata, i ranghi sono fortemente gerarchizzati e la retribuzione non è determinata da un rapporto dialettico fra domanda e offerta, ma è rigidamente stabilita a priori. Assenza di mobilità sociale: ognuno ha la sua casella, ognuno è incluso. Nella società di stampo industriale, invece, l’individualità del soggetto emerge dalla massa ed è prerogativa del cittadino decidere del proprio destino. Con la libertà arriva però l’esclusione: i pigri, gli oziosi, gli incapaci, praticamente io (grazie Spencer, gentilissimo, questa me la segno) resteranno indietro, per propria colpa, e saranno esclusi. Mangino brioches.

Per Durkheim invece la società è o meccanica o organica. La società meccanica di Durkheim, come quella militare di Spencer, è compatta, non lascia spazio al soggetto e alla sua autodeterminazione; il ruolo sociale è prestabilito, così come il destino della prole. I rapporti sociali sono cementati da un comune orizzonte di valori e di percezioni della realtà, che rende gli individui strettamente interconnessi, annullando le spinte soggettivistiche e saturando la coscienza individuale.

La società organica, invece, si fonda sulla percezione della propria interdipendenza dagli altri individui, dovuta a una spiccata diversificazione del lavoro e non alla condivisione di credenze comuni. Gli esclusi sono, per Durkheim, coloro i quali sono obbligati a compiere un lavoro che non rispecchia le inclinazioni personali, oppure coloro che non possono accedere a professioni prestigiose a causa della scarsezza di mezzi, o ancora coloro che, soprattutto a causa di una rigida divisione della società in classi, sono destinati dalla nascita a prendere il posto del proprio genitore (azz anche Durkheim parla di me…….forse mi vedevano in un Palantir). Insomma, per Spencer gli sfigati si fottono, per Durkheim devono essere accuditi e imboccati da nanny Società in vista della inevitabile e imminente realizzazione di sé stessi (avoja).

Serve dire cosa ne pensava l’eclettico e accomodante Marx di tutto ciò? Vabbè diciamolo: “Cari liberisti dei miei copiosi baffi e altrettanta imponente barba, è inutile che ciarlate: finché esistono i capitalisti, esistono i morti di fame, AKA gli esclusi, chest’è”. (Traduzione mia).

Purtroppo o per fortuna, all’epoca non esisteva la questione dei NEGRI, non esisteva la spinosissima tematica dell’integrazione, un po’ come non esisteva la questione degli iloti a Sparta e degli operai specializzati nella raccolta del cotone in Lousiana qualche tempo fa. Era molto facile all’epoca. Padroni/schiavi, fedeli/infedeli, capitalisti/proletari, rivoluzionari/antirivoluzionari. Era facile perché la complessità dei multiformi rapporti umani era ridotta allo scheletro.

Ma oggi? Oggi è complicato, anche noi benestanti siamo tutti un po’ esclusi e un po’ inclusi. Siamo inclusi  nella misura in cui siamo italiani, cittadini, elettori, scolarizzati e i nostri diritti fondamentali sono sanciti e protetti dalla Costituzione. Ma all’atto pratico siamo anche sudditi, sottoposti, ciechi e doppiamente prigionieri perché ci piace assai il pigiama a righe. Il fatto è che in passato era una questione puramente metabolica. Gli esclusi morivano di fame. Non c’era niente da interpretare. Era lì, scheletrico, stava morendo di fame…..era un escluso.

Oggi non moriamo di fame, mangiamo 3 volte al giorno (chi meglio chi peggio) e al 99,99% lo faremo anche domani. Però forse l’esclusione di oggi è più viscida e contorta. Allo stesso modo lo è l’inclusione di oggi, che è soprattutto simbolica, immaginaria. Cerchiamo con affanno e fatica gli oggetti e le situazioni che ci facciano sentire parte di ciò che riteniamo debba essere il nostro gruppo. Ci è stata fornita un’interpretazione del mondo e della nostra vita che è solo fintamente connotata dalla “libertà”. Siamo liberi di autodeterminarci come siamo liberi di seguire un libretto di istruzioni: se vogliamo far funzionare la lavatrice bisogna fare ciò che dice il libretto, solo che la lavatrice siamo noi, e siamo profondamente convinti che la centrifuga e il mezzo carico siano degli obiettivi più che degni di essere perseguiti.

E proprio come quando compriamo la quarta lavatrice, convinti di stare esprimendo la nostra libertà mentre acquistiamo il milionesimo bene danneggiato dall’obsolenscenza programmata, allo stesso modo facciamo le nostre scelte di vita e progettiamo il nostro futuro per evitare di finire nell’obsolescenza programmata dell’individuo sociale, cioè che nessuno ci invita più all’apericena. E ci mettiamo anche tante energie, quando potremmo utilizzarle per alti scopi come sostenere l’AS Roma o creare una città di gatti, piena di porte nascoste, tunnel e specchi segreti, in modo che io possa lasciare dei regali di nascosto e poi spiare i mici per vedere che fanno quando stanno per i fatti loro……..ma è solo un esempio.

Per quanto si possa essere creativi, il contenuto dello scatolone IKEA può essere montato in un modo solo.

Quindi il penoso teatrino mediatico intorno alla ministra, all’italiano e al padano, con l’abuso insensato e ridicolo dei concetti di razzismo, antirazzismo, integrazione e oranghi, quando siamo tutti un oceano di sfigati pezzenti e bovini, è stato solo l’ennesimo intasamento fognario della già maleodorante autoconsapevolezza media.

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About the Author

Valentina Chianese

Mi chiamo Valentina Chianese e ho, momentaneamente, 32 anni. Vivo in Molise, dove sono cresciuta, ma ho origini campane. Mi sono laureata in filosofia, con grandi aspettative e risultati fiacchi, e a tempo perso in scienze politiche, con nessun impegno e risultati migliori. Adoro il cinema, la filosofia, la campagna, i gatti (non necessariamente i miei), mangiare e bere ma non è che la musica mi fa schifo. Sono relativista su valori che si approssimano al 100% e sono affamata di complottismo, mi viene spontaneo prendere tutto poco sul serio, comprese la vita e la morte, ma posso diventare feroce quando si tratta dell’AS Roma, che ritengo rappresenti l’ultimo sacro baluardo umano senza il quale dovremmo per dignità estinguerci e lasciare il mondo, appunto, ai felini. Sergio Leone, Nietzsche, Castoriadis, Freud e gli Slayer sono le mie icone di riferimento e spero lo diventino un giorno anche per voi. O anche no.



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