innovation Google Glass ci renderanno (più) stupidi

Published on gennaio 28th, 2014 | by Jannis Genco

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I Google Glass ci renderanno (più) stupidi?

Eccoci dinanzi ai famigerati Google Glass, un giocattolino in versione beta su cui mezza rete sta scrivendo fiumi di parole in questo preciso istante. Cercherò di andare un pochino piú a fondo alla questione, visto che le funzioni di questo aggeggio futuristico sono state ampiamente dimostrate ed analizzate da svariati blog e magazine, e affronterò alcuni aspetti fondamentali di tipo etico ma sopratutto scientifico, in particolare il rapporto tra i Google Glass e il nostro cervello.

É utile soffermarsi su questo aspetto, dato che il genere umano (volendo essere meno presuntuosi potremmo invece dire “il mondo occidentale industrializzato e poi forse, un giorno, anche il resto del mondo”) sarebbe sulla soglia di una nuova rivoluzione digitale che manderebbe in pensione nonno PC, zio tablet e babbo smartphone per fare spazio al computer indossabile. Una rivoluzione che, come abbiamo già visto negli scorsi decenni, avrà un impatto alquanto significativo sulle nostre vite, così come è stato per internet, per la telefonia mobile, per la pornografia online e per i meme sui gattini.
Avrete fatto caso a come ognuna delle innovazioni radicali nell’informatica ha avvicinato sempre di piú, passo dopo passo, lo strumento al nostro corpo riducendo anche la distanza tra esso e il nostro sistema sensoriale, e di conseguenza ad ogni passo in avanti abbiamo dovuto cambiare leggermente il nostro modo di vivere di pensare, in altre parole adattare il nostro corpo al passo della nuova tecnologia.

Perciò, ancora una volta è lecito chiederci: cosa sarà dei nostri cervelli? E cosa sarà del resto della società? Ma sopratutto, i Google Glass ci renderanno più stupidi, accompagnandoci nell’ultimo passo verso un baratro tecnodistopico in cui la connessione internet fa da padrona?

Secondo Sergey Brin (uno dei co-fondatori di Google), non è tanto importante cosa i Google Glass fanno o non fanno, quanto l’impatto che avranno nella nostra vita e nel modo di relazionarsi agli altri. La principale idea dietro al progetto, a detta sua, è stata quella di liberare la gente dalla classica camminata automatica che tutti hanno mentre guardano il cellulare. Ma siamo sicuri che sia veramente ciò di cui abbiamo bisogno?

I GOOGLE GLASSES NEL CINEMA

Mi sembra doveroso, per iniziare, chiamare in causa la fantascienza. Perchè ancora una volta nella storia dell’uomo, qualche nerd pipparolo è riuscito a sognare qualcosa che poi sarebbe diventato realtà e a tradurlo in pellicola, rendendoci tutti partecipi della sua visione, nonché depositando tracce di futuro che sedimentano nell’inconscio collettivo per poi riaffiorare inaspettatamente. Perchè da sempre la fantascienza è stato il luogo in cui la nostra società ha riposto i propri sogni e le proprie ambizioni, ha cercato risposte alle domande piú ancestrali, ha proiettato le proprie angosce collettive cercando di elaborare i propri tabú senza in realtà subire danni, come solo il cinema ci permette di fare, e perchè la fantascienza è piena zeppa di proto-Google Glass. Vediamo alcuni esempi:

TERMINATOR TRILOGY (1984, 1991, 2003)

Smettetela di guardare fuori dalla finestra attendendo l’imminente calata di Skynet, è ancora presto, e probabilmente non avverrà mai, speriamo. Ma lo “sguardo critico” del mitico T-800, quell’occhiata rapida che ti dice vita morte e miracoli di chi sta di fronte, la realtà scansionata e assoggettata all’ HUD (head-up display, un elemento molto familiare ai videogiocatori incalliti) sarà presto a nostra disposizione. Nella trilogia, il mitico Schwartzy usa il suo occhio bionico per stabilire distanze ma anche per rilevare misure psicometriche, ovvero valutare l’ostilità o l’amicalità del bersagli…ooops, dell’interlocutore. Inoltre il suo occhio bionico è in grado di rilevare marche e modelli di veicoli, migliorare l’immagine, analizzare e decodificare il labiale di soggetti distanti, e infine misurare la taglia di scarpe e vestiti di uno sventurato biker. Non ci aspettiamo di certo un tale livello di definizione, questa roba la lasciamo ai militari (e a Predator), ma di sicuro ci aspettiamo un sostanziale “aiutino” nei limiti della privacy altrui.

 

STRANGE DAYS (1995)

L’imperdibile film cyberpunk diretto da Kathryn Bygelow è ambientato in un futuro prossimo, Los Angeles 1999, negli ultimi giorni dell’anno. Sebbene non si faccia uso di nessun tipo di ottica speciale o di realtà aumentata, il tema chiave del film è l’impiego della tecnologia quantistica ‘SQUID‘ (“Superconducting Quantum Interference Device”) utilizzata per registrare gli eventi vissuti da un individuo direttamente dalla sua corteccia cerebrale su di un MiniDisk. Attorno a questa tecnologia fiorisce un mercato nero specializzato nella compravendita di registrazioni “particolari”: rapine, violenze, sesso, ma anche stupri e omicidi, per non parlare di virus informatici e tweaks letali per gli utenti.

Un altro elemento interessante del film è lo spostamento del punto di vista dello spettatore da “dietro alla telecamera” a “dentro l’azione”, assumendo la prospettiva in prima persona di un altro essere umano. Con SQUID l’immedesimazione sensoriale è totale, nessun apparato sensoriale viene tralasciato. Proprio per questo è lecito interrogarsi sulla desiderabilità etica di questo tipo di tecnologia nella vita reale. Una tecnologia intrusiva, che ha le potenzialità per registrare la vita e le azioni di un essere umano 24 ore su 24, e per questo potenzialmente privarlo del beneficio dell’oblio, della rimozione, persino dell’intimità. Basta immaginare un uso improprio o un accesso non autorizzato a questo tipo di tecnologie per comprendere quanto labile sia il confine tra un uso virtuoso e un uso dannoso di un artefatto capace di carpire e registrare i nostri preziosi ricordi.

Se la società di oggi è spaccata sull’uso delle intercettazioni telefoniche, aspettate che arrivi una tecnologia del genere. Ne vedremo delle belle. Letteralmente.

This is not like TV, only better.

This is life. It’s a piece of somebody’s life.

It’s pure and uncut—straight from the cerebral cortex.

I mean, yoúre there, yoúre doing it, yoúre seeing it, yoúre hearing it, yoúre feeling it.”

Lenny Nero, Strange Days

 

THEY LIVE/ESSI VIVONO (1988)

Noi di improvearts amiamo molto quel mattachione di John Carpenter. Questa pellicola, poi, è un vero e proprio cult: la scena della scazzottata tra Nada, il protagonista del film, e il suo afroamico è stata celebrata persino dai ragazzi di South Park, per non parlare della frase ad effetto It’s time to kick ass and chew bubble gum”, riciclata da un grande dei videogames quale Duke Nukem. Ma quello che ci interessa adesso è il paio di occhiali da sole trovati da Nada, tramite i quali scopre una realtà diversa, in bianco e nero: i cartelloni pubblicitari contengono messaggi subliminali e in giro ci sono moltissime persone dall’aspetto simile a quello degli zombi. Certo, la tecnologia in questo caso c’entra ben poco, ma è il concetto che ci piace. E se i Google Glass, un domani, ci aiutassero a leggere tra le righe, mostrandoci la verità, anzichè limitarci a mostrare le recensioni del ristorante che ci sta davanti? Difficile dire se ciò costituisca una prospettiva da abbracciare o da rifuggire: la capacità di cogliere significati sottintesi in tutti i livelli dell’Inception semantica che caratterizza la comunicazione è una peculiarità propria di noi esseri umani, non so quanti vantaggi si possono trarre dal delegare questa funzione a un dispositivo bluetooth.

RITORNO AL FUTURO II (1989)

Nel secondo capitolo della celebre trilogia, Doc Brown utilizza un paio di vistosi occhiali da sole per orientarsi durante i suoi viaggi nel tempo. Quante volte questo accessorio pacchiano e pesantuccio ha impedito a Marty McFly di essere cancellato dal continuum spaziotemporale? Circa sette.
Purtroppo, prima di aspettarci che i G Glass abbiano funzioni così sofisticate , temo sia necessario attendere fino all’invenzione della macchina del tempo.

google glass - BACK TO THE FUTURE

E per finire, se non ne avete abbastanza, eccovi qualche altro titolo attinente:

  • Robocop (1987) : lo sbirro con i Google Glass, a cui non sfugge niente.

  • Dragon Ball Z (1989-1996): it’s over 9000!!!

  • X-Men (2000): Cyclops e l’occhiale microwave.

  • Timecop (1994): ovvero non solo Jean Claude Van Damme ma anche il suo amichetto Rick che guarda pornografia attraverso i suoi occhialoni Virtual Reality.

  • The Ghostbusters (1984): Raymond Stanz usa i suoi speciali occhialoni per proteggersi dai fantasmi. Non è figo?

 

La prossima settimana potrete leggere la seconda parte dell’articolo, in cui analizzeremo l’impatto cognitivo e le ipotetiche influenze che i Google Glasses potranno avere sulla nostra privacy, traendone interessantissime conclusioni.

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About the Author

Jannis Genco

30 anni, emigrato nel Regno Unito con una laurea in Psicologia Sociale. Un passato di militanza tra le frange più estreme della scena Death Metal materana, un’orecchio sempre puntato verso nuove sonorità elettroniche, ambient, drone ma soprattutto psichedeliche, un’occhio attento a dettagli che pochi vogliono/riescono a vedere. Una valigia sempre mezza disfatta, un viaggio sempre dietro il prossimo angolo. Scrive (per passione e mai per mestiere) di musica, di scienze sociali, di viaggi, di categorie residuali.



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