social genitore

Published on novembre 6th, 2013 | by Rossella Rago

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GENITORE UNO, GENITORE DUE, GENITORE GAY.

Ebbene sì, anche in Italia, dopo l’ondata francese, sui documenti di qualche ente pubblico è scomparsa la dicitura “padre” e “madre” a favore di “genitore uno” e ”genitore due”. Ovvero, quando il politically correct rasenta l’idiozia. Un eccesso di carineria, tra l’altro, mai riservata prima a chi è, per esempio, vedovo o “ragazza madre”.

Apparentemente non fa un soldo di danno ma in realtà favorisce, paradossalmente, quel latente e un po’ subdolo stereotipo che vede i gay piccoli e indifesi. La cultura del “volemose bene” e del buonismo è sempre stata rovinosa su tutta la linea. L’eccesso di buoni sentimenti sembrerà pure suggestivo ma è a dir poco inconcludente: non si eleva al di sopra di generici appelli misericordiosi ma crea solo compromessi confusi e di basso livello che non portano a nessun vero cambiamento e non favoriscono, di certo, un’apertura e un’accettazione reali.

Gli omosessuali sono persone, hanno diritti, non hanno bisogno di carinerie ma di empatia e riconoscimenti giuridici.

Quest’atteggiamento di bonario patetismo è l’ultima delle cose che andrebbe augurata a chi, vuoi non vuoi, rappresenta una minoranza perlopiù disconosciuta nella propria dignità umana. La politica dell’elemosina – come la definì Andreoli – appare solo un tampone che, col pretesto di difenderli, tiene sottovuoto i diritti dei più deboli.

Forse dignità è la parola chiave. Riconoscere dignità alla persona vuol dire favorirne l’integrazione, promuovere una cultura aperta alle differenze ed attenta a coltivare un pensiero critico, ad immedesimarsi in coloro che abbiamo di fronte abbandonando i pregiudizi. Se provassimo ad uscire dall’uniformità, ad aprire la mente ed accogliere tutte le  sfaccettature che caratterizzano la persona riscoprendo il coraggio della diversità con un atteggiamento curioso e rispettoso invece che pietista, si produrrebbero, giorno dopo giorno, quei cambiamenti culturali che prima o poi, inevitabilmente, porterebbero a creare un sistema di tutela dei diritti delle persone omosessuali. La parità sessuale e razziale, il rispetto delle minoranze e dei diversi stili di vita sono lotte e conquiste recenti, anche se il tasso di intolleranza nella società occidentale rimane altissimo, soprattutto in questo periodo di grandi incertezze e grandi precarietà. Ma questo è un altro discorso. La necessità di approfondire gli argomenti di cui sopra, infatti, è quanto mai urgente.

DAL PUNTO DI VISTA NORMATIVO

Attualmente l’impasse della legislazione italiana nel risolvere le problematiche giuridiche e sociali degli omosessuali, e in special modo di coloro che costituiscono una famiglia, contribuisce, di fatto, a mantenere ed aggravare la diffusa omofobia manifestata nella nostra società. L’omofobia e la transfobia sono fenomeni non certo nuovi, ma l’eco mediatica di quanto continuamente accade – i pestaggi degli omosessuali sono, ormai, all’ordine del giorno – ha obbligato, finalmente, la classe politica a legiferare in materia, ma forse senza guardare davvero in faccia a questo problema sociale.

Purtroppo il disegno di legge attualmente al vaglio del Senato non offre grandi appigli. Non quanto ci aveva fatto sperare la proposta di legge contro l’omofobia presentata nel marzo 2013, la quale proponeva sanzioni molto forti per chi insulta e discrimina in base all’orientamento sessuale. Tale proposta ha sollevato, infatti, un vespaio di polemiche: secondo alcuni appariva una legge “bavaglio” e populista atta a creare una giustizia privilegiata a favore di gruppi sociali protetti. È stata perfino invocata la libertà di pensiero e di opinione in quanto estendeva anche all’omofobia e alla transfobia l’articolo 3 della legge Mancino-Reale1 la quale prevedeva un’aggravante della pena per i reati del codice penale commessi sulla base di discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi ovvero con queste finalità discriminatorie. Secondo qualche interpretazione proveniente dai settori più conservatrici del centrodestra e della comunità ecclesiastica italiana, la legge colpiva la libertà di espressione ma, da una lettura attenta, si comprende bene che la legge non condanna la semplice manifestazione di un’opinione, ma punisce chi commette o istiga a commettere un reato. E certamente l’omofobia non è un’opinione.

Il DDL proposto a marzo era composto da quattro articoli: introduceva il reato di omofobia e transfobia e definiva il significato di orientamento sessuale e identità di genere. Inoltre prevedeva di “vietare ogni organizzazione avente tra i propri scopi l’istigazione alla discriminazione o alla violenza fondate sull’omofobia o transfobia. A tutto questo si applicherà la pena accessoria di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività. Non si potranno più, in pubbliche riunioni, compiere manifestazioni esteriori o ostentare emblemi o simboli propri di organizzazioni aventi tra i propri scopi l’istigazione alla discriminazione o alla violenza fondate sull’omofobia o la transfobia”. Della proposta di legge è rimasto solo uno stralcio e il decreto di legge attualmente al vaglio del Senato, quindi, non considera l’aggravante per i reati di odio commessi contro gay, lesbiche e transessuali.

A me tutta questa faccenda ricorda molto la polemica intorno all’«apologia di reato» che consiste nell’esaltare o difendere pubblicamente un’azione riconosciuta reato dalla legge della nazione in cui si vive. La più nota è l’apologia del fascismo. Perché è reato? Non perché vuole limitare la mera manifestazione del pensiero ma perché consiste nella rievocazione pubblica di episodi criminosi diretti e idonei a provocare la violazione delle norme penali. Cogliete l’analogia?

Combattere l’omofobia con ogni mezzo, e soprattutto con una legge, è un impegno necessario per creare quel tessuto su cui si fonda ogni democrazia degna di esser chiamata tale. Guardiamo a cosa sta succedendo in Russia: dopo la legge che vieta la cosiddetta “propaganda delle relazioni sessuali non tradizionali” sta crescendo in modo esponenziale e indisturbata l’azione di gruppi che danno la caccia a persone omosessuali e transessuali in nome della difesa della tradizione, dei bambini e della lotta alla pedofilia.

Il tanto invocato stato di benessere sociale passa necessariamente anche attraverso la tutela degli omosessuali, della loro integrazione e dei loro diritti che dipendono dall’istituzione di tutele giuridiche anche per loro.

Il punto è che le famiglie omosessuali costituiscono una realtà e non un’ipotesi. Quindi è  improrogabile la necessità di legiferare in merito. In Italia, nonostante la legge non permetta alle coppie omosessuali né di sposarsi, né di adottare un bambino, né di accedere alle tecniche di procreazione assistita, circa centomila minori crescono con almeno un genitore omosessuale.

Con questo articolo vorrei provare a stimolare delle riflessioni e a parlare proprio delle specificità che caratterizzano le realtà, spesso invisibili, delle famiglie composte da coppie omosessuali, partendo dall’esperienza del mio lavoro sociale con le famiglie.

Un’ulteriore premessa è d’obbligo: l’Italia in questa materia è arretrata culturalmente e legislativamente. Non ci sono forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso, non esiste la possibilità di matrimonio. Esistono, invece, registri delle unioni civili che comportano il riconoscimento giuridico della coppia di fatto creati da Comuni e Regioni. Anche Roma sta provvedendo ad adottarlo. La notizia è di pochi giorni fa.

Una seconda premessa si ricollega all’arretratezza di cui sopra: non possiamo non considerare che l’Italia deve far i conti con il potere temporale e con l’inevitabile influenza dello Stato Vaticano su questi argomenti.

Il Parlamento Europeo già nel 1994 ha invitato gli Stati membri a riconoscere pari opportunità riguardo a matrimonio e adozione per le coppie eterosessuali e per le coppie omosessuali. Nel 2004 ha riconosciuto pari diritti alle coppie di fatto etero ed omosessuali, sollecitando i Paesi dell’Unione Europea ad adeguare le proprie legislazioni in favore delle unioni registrate e del matrimonio tra coppie dello stesso sesso.

L’adozione da parte di coppie dello stesso sesso è legale in Regno Unito, Spagna, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Islanda, Israele e Francia. Germania, Finlandia e Groenlandia, pur non consentendo l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, riconoscono a chi è in convivenza registrata con una persona di sesso uguale l’adozione dei figli naturali e adottivi del partner.

In Italia la genitorialità delle persone omosessuali attualmente riguarda soprattutto bambini concepiti da unioni eterosessuali, ma essendo grande il desiderio, soprattutto nei giovani, si prevede un maggiore sviluppo di tale fenomeno. L’Italia vieta l’adozione agli omosessuali, li esclude dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita, riconosce come illegale la fecondazione eterologa e contribuisce al “turismo procreativo”, costringendo gli omosessuali intenzionalmente motivati a diventare genitori a rendersi soli con le loro difficoltà emotive, economiche e lavorative.

Nei paesi europei la situazione legislativa risulta molto variegata, ma l’Europa occidentale si muove verso il riconoscimento pieno, sia della coppia omosessuale sia della loro possibilità di diventare genitori.

Sul piano giuridico-sociale, in Italia, la Cassazione si è mossa su diversi piani. Ha stabilito che, di fronte alla mancanza di evidenze scientifiche, affermare l’incompatibilità tra pieno sviluppo del minore e vita in una famiglia omosessuale altro non è che un “pregiudizio” […] La Cassazione ha adottato un’idea ampia di famiglia, che corrisponde al riconoscimento di tutte le “formazioni sociali” contenuto nell´articolo 2 della Costituzione e alla parificazione dei diversi modelli familiari operato dall´articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Nessuna forzatura, dunque, ma un coerente svolgimento di principi ben radicati nell´ordinamento italiano e in quello europeo […]

genitore gay

DAL PUNTO DI VISTA PSICOSOCIALE

La nostra carta costituzionale, al tanto decantato articolo 3 sancisce che è un compito della Repubblica rimuovere quegli ostacoli che impediscono al libertà e il pieno sviluppo della persona umana. Eppure spesso queste persone sono costrette a rimanere nell’ombra. Ciò compromette un sostegno sociale e, inevitabilmente, incoraggia vite a “doppio binario” in cui si finge in matrimoni di facciata sconfinando in forme di “passing”, termine intraducibile in italiano, anche concettualmente, che indica l’azione intrapresa da uomini e donne omosessuali che fingono di essere eterosessuali per evitare imbarazzo o ostilità. Tale condizione, com’è facile intuire, crea un vissuto dolorosissimo, difficile da accogliere e da gestire. La percezione di un ambiente ostile, la paura di essere rifiutati, diventa convinzione di essere sbagliati. Si chiama “minority stress”, ovvero stress da minoranza, e colpisce chi appartiene a gruppi emarginati.

In uno stato sociale che vorrebbe promuovere le garanzie siglate nella Costituzione è ovvio che il benessere degli omosessuali, la loro integrazione e la loro progettualità, con tutto il carico psico-emotivo posto nella creazione di una coppia e poi di una famiglia, dipendono dall’istituzione di tutele giuridiche. Dopotutto le donne lesbiche non differiscono da quelle eterosessuali nei metodi di allevamento del bambino, così come i padri gay, ma senza dubbio le difficoltà che devono affrontare vivendo in una società omofoba ed eterosessista sono davvero pesanti e non trascurabili.

In Italia il solo pensiero di una coppia omosessuale che alleva dei bambini è qualcosa che spesso risulta impensabile e disturbante: frequentemente si ascoltano pregiudizi basati sulla convinzione che gli omosessuali siano malati, che le lesbiche siano meno materne rispetto alle donne eterosessuali, o che la condizione di omosessualità non sia naturale…

Volendo spendere due righe per snocciolare i tre postulati del preconcetto, diciamo subito che la declassificazione di omosessualità come disturbo mentale è avvenuta nel 1973 e non c’è nessuno studio, ovviamente, che dimostri l’anaffetività di un genitore gay.

Rispetto allo stato di natura, poi…che argomentazione sarebbe?! “L’innaturalità non è di per sé sbagliata o deplorevole: la medicina è innaturale di contro alla malattia che è naturale; la luce elettrice è innaturale; le incubatrici sono innaturali e così via. Se anche un’azione fosse innaturale non basterebbe a condannarla come comportamento riprovevole”. Lo stato di natura è qualcosa che abbiamo giustamente abbandonato da secoli  in favore dello stato di diritto. Il diritto è stato scelto da noi esseri umani allorché abbiamo preferito gli aspetti culturali a quelli naturali.

Insomma, essere gay non è una malattia o una deviazione, ma una delle tante caratteristiche della personalità che deve poter essere liberamente espressa. L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce infatti l’omosessualità come una variante naturale del comportamento umano. Inoltre, se l’omosessualità fosse una malattia sarebbe curabile, invece il terapeuta, per deontologia, non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona, anche se a volte si sentono aberrazioni di questo genere.

Le revisioni teoriche dell’ultimo decennio hanno portato molti autori a concludere che l’orientamento sessuale non ha nulla a che fare con la salute mentale, con la capacità di relazione e men che meno con la struttura morale di un soggetto. Verrebbe da chiedersi come mai l’omosessualità è stata una diagnosi mentre, paradossalmente, non lo è stata l’omofobia.

Assodati questi ridondanti pregiudizi, quali sono effettivamente i fattori che rendono un genitore un cattivo genitore? E quali un buon genitore? L’orientamento sessuale è una discriminante importante? Le persone omosessuali possono essere dei buoni genitori?

L’essere buoni o cattivi genitori non dipende dall’orientamento sessuale né dall’essere donna o uomo ma da come si è, da soli e in coppia, e da quello che passa nella relazione col proprio figlio. Sono nozioni che noi professionisti che operiamo nel sociale conosciamo dal primo anno di università e che ritroviamo tutti i giorni, nella pratica professionale, nelle famiglie, nei casi in tribunale. E sono anche le conclusioni cui giunge un recente documento dell’American Academy of Pediatrics. Non è un documento basato su opinioni personali o ideologie, ma costruito sulle ricerche condotte negli Stati Uniti e in Europa nel corso degli ultimi trent’anni.

Bambini e adolescenti cresciuti da genitori omosessuali hanno un funzionamento emotivo, cognitivo, sociale e sessuale analogo a quello di bambini e adolescenti cresciuti da genitori eterosessuali. Il loro benessere dipende dalla qualità delle relazioni che hanno con i loro genitori, dalla sicurezza e competenza educativa di questi ultimi e dalla presenza di un sostegno sociale ed economico per la famiglia e non dall’orientamento o dal genere sessuale dei genitori.

Sono molti i fattori che possono ostacolare un sano sviluppo psicologico di un bambino, ad esempio la povertà, il divorzio, la depressione di un genitore, l’abuso di sostanze da parte di quest’ultimo e la violenza domestica. L’orientamento sessuale dei genitori non rientra tra tali fattori.

Essere genitori ed essere omosessuali sono due stati ritenuti spesso inconciliabili dal senso comune, eppure aumenta il numero di persone ad orientamento omosessuale che cresce i propri figli o si appresta a diventare genitore, attraverso le tecniche di fecondazione assistita o progetti che coinvolgono famiglie allargate. In Italia la genitorialità delle persone omosessuali attualmente riguarda soprattutto bambini concepiti da unioni eterosessuali, ma si prevede un maggiore sviluppo di tale fenomeno, segno che qualcosa sta cambiando, specie nei giovani.

Riconoscersi omosessuale è molto difficile, specie tra i padri, i quali preferiscono non attribuirsi un’etichetta specifica, e al massimo optano per l’autodefinizione di bisessuale. I “papà gay” rimangono più spesso legati a vincoli matrimoniali eterosessuali e ciò dà maggior fondamento all’ipotesi di una loro minore presenza rispetto alle “madri gay”. Sono meno presenti sia nella percezione collettiva della società che nella comunità omosessuale, con un carico psico-emotivo che diventa un fardello molto pesante da portare, in proporzione – oserei dire – a quanto la società è arretrata culturalmente e omofoba. Basti pensare a quanti sgradevoli epiteti dispregiativi esistono per designare l’omosessuale maschio e quanti per designare l’omosessuale femmina.

La motivazione di ciò non sta tanto nella minor diffusione quantitativa del fenomeno (anzi), ma nella minor visibilità dei protagonisti maschi rispetto alle femmine. E finché esiste uno stigma sociale così pesante da dover combattere ogni singolo giorno della nostra vita non potremo mai promuovere una cultura vera e una democrazia reale.

DAL PUNTO DI VISTA DEI BAMBINI

Nella pratica professionale noi operatori dei Servizi Sociali siamo chiamati spesso dall’Autorità Giudiziaria a relazionare sull’adeguatezza dei genitori. Una sorta di eugenetica psicosociologica. Cosa rende un genitore un buon genitore?

Dopo secoli passati a disquisire di maternage/paternage, qualità delle cure parentali, pannolini, bagnetti e vaccini, i genitori di oggi sono piuttosto informati e mostrano un livello di attenzione importante  – a volte quasi morboso – all’educazione dei bambini. Tuttavia un buon genitore non è solo colui che impartisce una buona educazione.

Un omosessuale sarà mai un buon genitore? È la domanda del secolo. Ovviamente ci sono diverse scuole di pensiero, alcune più autorevole, altre un po’ meno. Sull’essere genitori adeguati abbiamo scritto e continuiamo a scrivere fiumi di valutazioni, indagini socioambientali e relazioni ai Tribunali per i Minorenni.

La valutazione delle capacità genitoriali, infatti, è una complessa attività di diagnosi maturata in un’area di ricerca multidisciplinare che valorizza i contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, della psicologia della famiglia, della psicologia sociale e della psichiatria forense.

La capacità genitoriale in senso stretto altro non è che la capacità di “vedere” e “sentire” i propri figli, la capacità di comprenderli ed essere in sintonia con loro. Una capacità che ha a che fare con l’empatia e l’ascolto.

La qualità della relazione passa attraverso ciò che di buono, da infanti, abbiamo introiettato. Da un punto di vista strettamente clinico, un buon genitore, dunque, sarà colui che ha avuto, a sua volta, buoni genitori. Tuttavia essere buoni genitori non è solo questo. La qualità delle relazioni che instauriamo con i nostri figli è tanto più buona quanto più si basa sull’ascolto profondo, sull’empatia, sul “sentire” e saper riconoscere tale sentimento.

Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese – tanto per scomodare uno dei miei preferiti – descrive un adulto “sufficientemente buono” come colui che è capace di ascoltare, che sa accogliere e ricevere qualcosa dal proprio figlio. È in quest’ottica che viene condotta un’indagine socio-ambientale, considerando per primo il diritto prevalente dei bambini e dei ragazzi, o, come siamo stati invitati ad indicarli dagli organismi europei, delle persone di minore età.

I figli di omosessuali che hanno le caratteristiche di genitore adeguato, come descritto, crescono bene. Non diventano gay se hanno il papà o la mamma omosessuali. I processi di acquisizione dell’identità e dell’orientamento sessuale sono molto complessi e ricchi di variabili e non si costituiscono di certo sulla base di una mera imitazione del modello parentale. Secondo gli studi più accreditati, lo sviluppo dell’identità sessuale e di genere si basa prevalentemente sull’interazione sociale: la figura femminile e maschile sono figure astratte e non servono due genitori di sesso diverso per personificarle. Non serve un padre che ti faccia crescere uomo e non serve una madre che ti faccia crescere donna; sono altre le competenze che servono per farti diventare un uomo o una donna. La maturazione dei processi mentali infantili è da considerare un dinamismo che porta il bambino a riconoscersi come maschio o femmina e ad acquisire i relativi comportamenti “di ruolo” nell’ambito della cultura di appartenenza.

Negli ultimi anni sono nate tante forme di famiglia. Famiglie che non si fondano sui vincoli di sangue, ma su legami di accoglienza reciproca che potrebbero essere più stabili grazie a un riconoscimento giuridico.

È inevitabile che il tema della genitorialità omosessuale inneschi dubbi, ma far finta che questa dimensione non esiste significa rifiutare il contatto con la realtà: la genitorialità omosessuale esiste già, come del resto esisteva in forme ibride e nascoste quando l’omosessualità era un ancora tabù sociale. Consideriamo inoltre che l’attuale sistema legislativo italiano non riconosce alla figura del co-genitore (genitore non biologico) i diritti ma soprattutto i doveri nei confronti del figlio.

I bambini possono accettare l’omosessualità genitoriale. Ciò che invece può influire negativamente sullo sviluppo personale del bambino e che potrebbe destinarlo a incontrare difficoltà psicologiche e materiali nella vita sono le forme di eterosessismo ed omofobia delle quali possono esser vittime i loro stessi genitori.

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About the Author

Rossella Rago

Rossella Rago, classe 1980. Assistente sociale e Mediatore Familiare, mi occupo di disabilità e salute mentale presso l'Istituzione per il Sociale di un Ente Pubblico in Provincia di Roma.



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