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Published on febbraio 19th, 2014 | by Dino Petraroli

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Fragile di costituzione – Cap_III – Esso e Lei

Resistenza: trovarsi a ragionare su questa parola e scoprirla cosmica, placida, ineluttabile. E dopotutto nuova, nuovissima.

L’unica vera forma di resistenza sperimentata in quasi trent’anni era stata quella, a ben vedere miseramente fallita, contro gli abusi e la malcelata prepotenza dei signori del lavoro. M’era parso di vivere una storia senza finale, m’ero perso in un’esperienza senza morale. Ma la notte del biglietto di T Zero, all’alba di una stagione che il lettore dirà strabiliante o sciagurata, un’arsura inattesa, intima, m’impediva di schiudere i sogni al silenzio della mia unità immobiliare, cioè un monolocale di una trentina di metri quadrati che un agente dalla cravatta stretta aveva definito “perfetto” per le mie esigenze; doveva trattarsi di un indovino o qualcosa del genere, visto che quell’ometto spigliato e filiforme conosceva esigenze di cui non avevo mai fatto parola con nessuno.

Fu nella veglia che Esso – il mio istinto di resistenza – si manifestò con tutta la forza e l’incoscienza che ne avrebbero fatto un attributo irrinunciabile della mia nuova vita. E lo fece in una forma che non avrei mai sospettato, lo fece evocando la memoria rimossa degli ultimi giorni con Lei.

In prossimità di una galleria, nel cercare una risposta con lo sguardo, m’accorsi del suo beato dormire: se ne stava inerme, tiepida, con la bocca semichiusa e la guancia destra adagiata sul piccolo scalino che portava al finestrino. Lievemente immersa in quel sedile consumato dai jeans, sembrava voler solo fuggire la morsa della cintura, col seno sinistro affacciato dalla canotta verde pino.

Mi dissi piano quel verso di Rilke: «e in me dormì, e tutto fu il suo sonno», e tutto fu il suo sonno su quell’anonima autostrada. Fu musica asciutta per gli occhi e null’altro, e fu il nostro tempo, quello che non torna.

«Ho paura» mi diceva al buio «ho paura che tutto questo finisca.»
 Sorridevo, io, la mia risposta era un lungo sorriso e basta. Proprio io che per vincerla, quella stessa paura, avevo sempre cercato qualcuno che ne avesse più di me; magari qualcuno da far scivolare nel sonno al mio fianco carezzando l’asfalto con cura e decisione. Una cosa un po’ da uomo e un po’ da padre, credo.

Ormai non pensavo più a come e perché se ne fosse andata, eppure nei miei sogni Lei aveva conservato un ruolo misterioso, in essi resisteva con una tenacia fuori luogo. Così, nel bel mezzo di una scena inappropriata, ogni tanto sentivo – come se il mio essere tutto sentisse – una presenza capace di azionare la manopola del coraggio e scaldare gli anfratti madidi dell’oblio. Non lontano da lì, come in zone limitrofe del set di un presagio, tramava Esso, ospite frustrato nel giardino senza tempo dell’indugio.

Si può dire che certi sogni siano stati il mio passaggio segreto nel labirinto delle convenzioni quotidiane, si può dire che gli attori inconsapevoli di quei sogni mi abbiano spinto a rischiare tutto in nome della libertà di corrispondenza.

Quando, di lì a qualche ora, ricevei il primo invito a un incontro del Tristero, ovvero di gente che si chiamava P Due o D Cinque ed era solita consegnare ogni genere di comunicazione non “tracciata” dall’altrettanto oscuro Sistema Postale Unitario, pensai che Lei mi guardava con occhi curiosi sotto i capelli color caffè.

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About the Author

Dino Petraroli

Quasi tutti mi chiamano Dino, ho trenta anni e scrivere mi fa bene. Ho studiato per un po' e ho pure rimediato qualche pezzo di carta. Negli ultimi dieci anni la mia casa è stata tra Napoli, Barcellona e Milano. Lavorare stanca ma in fondo mi piace. Resto un aspirante suonatore di parole.



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