tales ragazza

Published on novembre 3rd, 2014 | by Dino Petraroli

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Fragile di costituzione – Cap_V – La ragazza col piercing

«Di che parlate maschietti?» fece una ragazza dai grossi occhi verdi, sotto i trenta ma non di molto. Mentre si avvicinava notai una minuscola pallina metallica sul viso chiaro, più o meno all’altezza del punto in cui il labbro superiore decide improvvisamente di riavvolgersi per disegnare la bocca.

«Ecco, ci serve giusto il tuo parere» le fece l’uomo alla mia destra con tono ilare «parlavamo di sesso orale». Non era vero, lo sapevo perché m’ero unito da poco – senza intervenire – a un dibattito sul modo migliore di raggiungere via della Commenda in bici. Restai un attimo spiazzato ma riuscii a dominare quel maledetto sorriso che l’imbarazzo ci sbatte in faccia fin da bambini.

«Pompini quindi; visto che voi uomini con la bocca a stento riuscite a parlare» E sorriso fu.

«Suvvia, non siamo mica tutti egoisti» mediò l’uomo, ma ormai la provocazione era partita «E dell’ingoio invece? Tu che ne pensi?»

«In genere non mi convince» rispose senza battere ciglio «ma c’è uomo e uomo» e mi guardò di sfuggita prima di continuare «al massimo dico che non posso perché sono vegana».

Mi trovavo da una ventina di minuti nel luogo dell’incontro: un appartamento al terzo piano di un edificio degli anni cinquanta o sessanta, come ce n’è a iosa nella zona est di Milano. Al mio arrivo m’ero attenuto scrupolosamente all’unica regola del gioco, il completo anonimato, limitandomi a chiedere «È qui la cena?» al citofono. La risposta fu quel brutto suono che di norma innesca l’apertura dei portoncini d’ingresso dei palazzi, subito seguito da un «terzo piano a destra», pronunciato con cura dalla voce di una giovane donna. Ero stato accolto sull’uscio da un ragazzo piuttosto basso, rosso di barba e capelli: «vieni, vieni pure, ti stavamo aspettando» e dopo essersi assicurato d’aver chiuso la porta alle nostre spalle «benvenuto, prendi qualcosa e parla con chi vuoi, qui non bisogna presentarsi, qui conta solo quello che dici e non quello che sei diventato là fuori».

Considerato il mio ritardo cronico dovevano esserci ormai tutti gli invitati, eppure mi bastò poco per capire che mancava l’unica persona che m’aspettavo di trovare tra quelle mura, cioè T Zero. Era una casa tutto sommato ordinaria, come potei constatare dall’alto delle mie svariate esperienze di convivenza metropolitana, che mi avevano portato a mettere piede in posti di ogni tipo, dai rifugi laccati da yuppie di provincia alle topaie bohémien degli artisti incomprensibili, più che incompresi, passando per una miriade di gradi di separazione. Gli spazi interni erano quelli sacrificati della città dei giovani, ma almeno il divanetto blu svedese e le sedie sparse per il soggiorno rettangolare riuscivano ad accontentare buona parte dei presenti. E c’era davvero anche la cena, con la classica formula del buffet conviviale alimentato da qualche anima pia (nell’invito non si chiedeva un contributo alla causa e io non volli farmi subito notare portando qualcosa).

Ma proprio quando l’assenza del mio mentore stava scivolando in secondo piano grazie all’irruzione della ragazza col piercing nella mia vita, accadde qualcosa. Me ne accorsi subito perché la ragazza cambiò espressione di colpo e prese a fissare l’ingresso alle mie spalle. Mi girai e vidi un uomo entrare in casa, visibilmente trafelato, con un enorme zaino da campeggio ancorato alla schiena. Tutti tacquero, ovviamente era T Zero. Lo vidi liberarsi velocemente del carico e fare un respiro profondo prima di iniziare a parlare.

«Mi scuso con voi tutti, ma ho ragione di credere che sia successo qualcosa a Enne Due». Quel nome era così vicino al mio, mi si gelò il sangue. «Come sapete in questo momento per noi è fondamentale portare a termine la consegna che era stata affidata al vostro compagno». Quindi? «Quindi, mio caro Enne Tre» mi guardò, mi guardarono tutti «ho bisogno di accelerare i tempi e spiegarti un po’ di cose. Poi sarai tu e solo tu a decidere se vuoi aiutarci. Ti va di starmi a sentire stanotte?»

Mi girai istintivamente verso la ragazza col piercing. Anche lei – come tutti – mi fissava. E quegli occhi suoi, Esso e Lei…

«Sono qui per questo» dissi.

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About the Author

Dino Petraroli

Quasi tutti mi chiamano Dino, ho trenta anni e scrivere mi fa bene. Ho studiato per un po' e ho pure rimediato qualche pezzo di carta. Negli ultimi dieci anni la mia casa è stata tra Napoli, Barcellona e Milano. Lavorare stanca ma in fondo mi piace. Resto un aspirante suonatore di parole.



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