tales fragile

Published on ottobre 22nd, 2013 | by Dino Petraroli

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Fragile di costituzione – Cap_II La Società Anonima degli Omnibus

Nelle ore che precedettero quell’incontro avevo letto e riletto il commiato del Poeta: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. L’avevo ritrovato sulla prima pagina di un quaderno dalla copertina rigida comprato a Istanbul tempo addietro; lo stesso quaderno sul quale sto provando a imprimere la storia di Enne Tre.

Consumare mi consuma. Mi manca sempre qualcosa, devo sempre comprare qualcosa. Bella scoperta: tutto si compra, tutto si consuma. E io pure mi consumo, nella morsa aliena dei sogni a tariffa ridotta. Tutte cose che neanche notavo, quando c’era Lei.

Prima pagina. Letta e riletta.

Eppure ogni tanto, mentre piego male una cravatta, guardo la foto di una strada che insegue  l’orizzonte e mi tremano gli occhi.

Mangiare il gelato sulle panchine di via Torricelli divenne un piccolo rito estivo. Inseguendo la chimera di un viaggio autunnale – lontano dagli sciami di turisti italiani che nel mese di agosto riescono a invadere ogni indicibile anfratto del globo – mi ero offerto di lavorare pressoché ininterrottamente fino al mese di novembre. Quindi disgraziatamente la cosa andò avanti per un po’.

Ben installato nella zona incriminata, me ne stavo lì ad aspettare senza tradire alcuna emozione. Con taciuto (quanto preoccupante) intento propiziatorio, presi persino a ripetere alcuni gesti di quella sera. Poi cominciai a ridurre le soste e incrementare le rapide sortite perlustrative, con l’ansia crescente di chi si sente tradito e l’aggravante di non sapere neanche da chi o da cosa.  Fu quando mi rivolsi stizzito al gelataio – colpevole solo di non essere la ragazza che m’aveva gentilmente servito poco prima dell’incontro – che mi decisi a darci un taglio. E infatti il giorno seguente tornai dal barbiere dopo mesi di latitanza e doppie punte.

Da quando abitavo in quel quartiere il mio barbiere era un signore siciliano coi baffi folti e gli occhiali dorati. Un uomo che si sforzava di apparire virile in tutte le sue manifestazioni, forse perché sentiva di dover esorcizzare in qualche modo l’estrema delicatezza con cui sapeva fare la barba. Del resto i suoi clienti erano prevalentemente poliziotti dell’attiguo commissariato e rispettabili padri con figli da tosare a rimorchio. Insomma, nella Milano dei parrucchieri artistici e multietnici, un vero baluardo di interpretazione italica del mestiere. Con tutti i benefit del caso: pile di riviste e quotidiani sportivi pronti a scatenare dispute calcistiche animate da eminenti tecnici. E poi c’era la politica, con il concetto di democrazia fai da te a precedere gli immancabili sospiri disillusi del saggio contribuente. Una storia vista e rivista. Letta e riletta.

Quel giorno, però, scavando nel reparto dei settimanali improbabili, mi ritrovai sotto gli occhi un trafiletto che promuoveva l’imminente apertura serale del Museo della Scienza e della Tecnologia. Qualche minuto dopo, mentre il barbiere affondava con perizia le forbici nella mia chioma sfibrata, mi dissi che una serata tra vecchi motori e altri simili cimeli sarebbe stata meglio del solito gelato. O della sbronza che ormai ne faceva sempre più spesso le veci.

«Buona sera» mi fece un impiegato visibilmente provato «è qui per visitare il museo?»

«Museo? Non era un pub questo?»

Mi scrutò interdetto per un paio di lunghissimi secondi prima che lo tranquillizzassi: «sì, scherzo».

«Allora guardi che l’ingresso è dall’altra parte, su via San Vittore» senza scomporsi «questa è l’uscita».

Touché – pensai – così impari a fare il simpatico coi poveri cristi che rispondono da ore a domande stupide.

Era la prima volta che mi trovavo al cospetto di un vero sottomarino e fui preso da uno stupore abortito: pur sospettandone le fattezze grazie al cinema, non ero mai riuscito a immaginarne uno a grandezza reale prima di quel momento. Fu invece uno stupore canonico, nondimeno autentico, ad accompagnarmi nella visita del padiglione ferroviario. Ma la principale attrazione del luogo non si sarebbe certo rivelata una locomotiva a vapore.

«Eccolo, il terzo amico dell’enne in esplorazione» esordì una voce che sentii affiorare dalla penultima pagina della mia memoria.

Mi girai con gesto felino e lo vidi con le mani in tasca e la schiena spalmata su una specie di carrozza dalla scritta “Società Anonima degli Omnibus”. Era proprio lui, l’uomo della panchina, colui che aveva rotto la macchina dell’inerzia e al tempo stesso aveva aggiustato quella della scoperta. Solo allora mi resi conto che non sapevo niente di più.

«Già, io invece come dovrei chiamarti?»

«Non chiamarmi. Leggi questo e ridammelo». Nel proferire queste parole mi porse un foglietto di carta delle dimensioni di un bugiardino piegato. Lo afferrai senza pensare e vi lessi

Sono T Zero.

Se mi stai leggendo, sei la Resistenza.

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About the Author

Dino Petraroli

Quasi tutti mi chiamano Dino, ho trenta anni e scrivere mi fa bene. Ho studiato per un po' e ho pure rimediato qualche pezzo di carta. Negli ultimi dieci anni la mia casa è stata tra Napoli, Barcellona e Milano. Lavorare stanca ma in fondo mi piace. Resto un aspirante suonatore di parole.



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