tales bodrum

Published on gennaio 19th, 2014 | by Lev Nikodev

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Deus Ex machina (ep.4) – Bodrum

Tra le nuvole e il sole, più in alto dei temporali e dei pensieri del mondo. Guardavo dall’oblò il letto degli déi e la voglia d’essere lontano aumentava mentre mi avvicinavo alla mia meta. Avevo scelto a caso la destinazione, questo è vero, ma ogni tanto mi piaceva lasciare che fosse il caso a scegliere per me: mi ero lasciato prendere, quella volta, con immane potenza, mi ero rassegnato a fare la parte della foglia, che si lascia trascinare e non decide niente ma sa soltanto aspettare il prossimo passo di danza. Volavo lontano. Sempre Giada nella testa, non manca mai. Claudio e il sapore amaro di avergli detto una bugia che lui già aveva scoperto ma che io continuavo a sostenere. Non partivo per un giorno, né per una settimana. Partivo e basta. E Addio. Non c’era un editore ad aspettarmi, non c’era nessun albergo né un comitato di benvenuto per me. La scrittura era fallita, come tutto il resto. Una mente alacre come quella di Claudio non poteva cadere nell’inganno ma si bevve tutto, lo stesso.

Avevo un posto vicino al vetro, appena davanti un’ala del velivolo. Accanto a me c’era un bruto baffone di cinquant’anni che non mi rivolse la parola nemmeno per un attimo. Neppure un’occhiata, figuriamoci la bocca per parlare. Per tutto il tempo aveva sonnecchiato con gli occhi semichiusi, ogni tanto li apriva, guardava fuori, e li socchiudeva di nuovo. Sembrava che conoscesse la strada, che si orientasse con le nuvole, da come guardava e con sicurezza si rimetteva a riposare. A me sembrava tutto uguale, non ero mai stato in Turchia, tanto meno in un posto chiamato Milas-Bodrum…e quello era il miglior motivo per andarci. Non sapevo che clima potesse fare. Ero nella totale disorganizzazione e questo per la vita era drammatico; ero un perfezionista, un rigoroso, un simmetricofilo, un lungimirante. Ora, nel vortice, non mi interessava più chi fossi stato.

Visto il poco interesse a parlare del mio vicino e la pressione incontrollata dei pensieri nella mia testa, decisi di riposarmi anch’io.

Il volo era leggero e senza smottamenti.

Si aprono gli occhi miei davanti al mondo e non mi fa paura. Si alterna il rancore alla speranza, la forza all’abbandono. Guarda come sono diventato, per stare dietro ai sogni e ai desideri. Non mi riconosce più la mia gente, nemmeno quei quattro lupi grigi che mi hanno sostenuto per una vita. Tutto questo solo per te, per l’origine del mondo.

Quando sono sceso a Milas-Bodrum iniziarono a farsi chiare le mie priorità: trovare un cesso, trovare una cabina telefonica, trovare un posto per dormire. La prima delle tre mise a dura prova la mia resistenza: poiché ero in Turchia non potevo trovare altro che cessi alla turca, molto comodi per pisciare ma drammatici per i bisogni più consistenti. Iniziai a girare come un forsennato, come spinto da dietro, per tutto l’aeroporto in cerca di una seduta comoda. Mentre correvo sfinito verso l’uscita, in cerca di un bar o un ristorante, vidi il cartello con la scritta “WC”, proprio davanti a me, a dieci passi, che iniziai a percorrere con la velocità e l’ardore di chi corre verso l’amore. Tipica scena da aeroporto. Ormai a tre passi dalla porta due poliziotti turchi, brutti come la morte, mi sbarrarono la strada e mi intimandomi di arrestarmi. Nello slancio quasi li travolsi ma riuscii a fermarmi a pochi centimetri dai loro nasi baffuti puzzolenti di fumo. Era un luogo comune che si concretizzava davanti a me ma, se mi guardavo bene intorno, di comune c’era molto poco. A stento sono riuscito a spiegare a quegli sbirri che mi stavo cagando addosso e quando ci riuscii, ero sull’orlo del disastro. Mi salvai nell’ennesimo cesso alla turca mentre pensavo che il primo era andato, che ora dovevo trovare un mezzo di trasporto per la città più vicina (già, e quale era?), che tutto stava rotolando a valle irrimediabilmente e che quel macigno di pensieri mi avrebbe certo schiacciato trascinandomi a valle con lui.

Dove andare quindi? Volevo il mare e volevo il passato. Volevo simboli e grandi amori.

Bodrum mi sembrava un buon inizio.

Telefonai a un hotel e presi la mia camera. Ora, di nuovo, non avevo priorità. Avevo una destinazione.

Alle 12:00 ero sul taxi diretto in questa città di cui avevo qualche reminescenza.

Dopo mezz’ora di taxi arrivai a destinazione.

La città era più greca che turca. Il vento portava l’aria di Giada: calmo, caldo e salato.

Posai i bagagli e subito scesi di nuovo in strada. Ci vollero un paio di chilometri alle mie spalle prima che la mia attenzione si spostasse dal vento alla città circostante.

Camminai senza sapere bene dove andare, ma allenato come ero all’abbandono, la cosa non mi preoccupò. Sapevo cosa avevo smania di vedere, e ancora una volta combattevo i miei desideri, cercando una calma adulta, cercando di tenere a bada quello che, così mi pareva, mi faceva bambino.

E ci riuscii. Senza chiedere informazioni, senza cercare la via, insomma senza fretta, arrivai alle rovine del mausoleo di Bodrum.

Alicarnasso fu il nome di questa città. Artemisia la regina. Re Mausolo il celebrato.

I miei occhi e tutto me stesso erano davanti a una delle meraviglie del mondo antico. A terra giacevano, silenziose, le tracce di quello che non era più. Giacevano lì in ordine sparso. Il tempo aveva piegato la materia, e al suo posto aveva innalzato solide mura di simboli: di fronte a me si ergeva sapiente l’amore di una moglie, sorella e vedova, che aveva sostituito la bellezza del suo amore scomparso, con qualcosa di tangibile e magnifico.

Di nuovo il vento spazzò via queste mura, più velocemente di quanto il tempo avesse fatto con quelle in pietra, e mi riportò Giada. Lei non mi avrebbe mai costruito un mausoleo. Non avrebbe bevuto le mie ceneri, e la cosa mi sollevava un poco, perché quantomeno ero vivo, anche se non riuscivo a non vedere in quel rapporto malsano una forma dell’amore che conoscevo e di cui mi nutrivo.

Tutta quella dedizione era una buona coperta in cui avvolgersi per una vita. Ma Giada non era Artemisia, né io Mausolo.

Mi resi conto che i pensieri mi stavano riportando a casa, e siccome avevo pagato un biglietto di sola andata e per una sola persona, li calciai via prima che mi immobilizzassero del tutto.

Girai le spalle al Mausoleo e tornai a passeggiare.

Guardavo la città senza guardare chi la abitava. Cercavo qualsiasi cosa che mi facesse suo, che mi proteggesse da quel passato sempre alle calcagna.

E da me, che me l’ero legato addosso.

Trovai un mercato. Trovai spezie sotto tende tese. Ero arrivato nella città vecchia, e ci sarei tornato ogni giorno a venire.

Decisi che se dovevo rimanere a Bodrum, dovevo trovare una sistemazione più comoda, che avesse almeno una cucina, e un costo più contenuto.

Avevo bisogno di spazio.

Ero in città da quattro giorni ormai, e iniziavo a conoscere i bar e le taverne. I venditori del banco del pesce iniziavano a riconoscermi.

I miei primi giorni li avevo trascorsi trascinandomi per le strade tra il bianco, il rosso e il blu, un fantasma invisibile alla folla, ma ora sembrava che stessi riacquistando un po’ di sostanza.

Volevo un appartamento da cui si vedesse il mare, e sarei rimasto lì fino a che i gerani che avrei comprato non sarebbero fioriti sul balcone che avrei avuto.

Camminavo sotto il cielo sereno e calmo di Bodrum, con il mare alle spalle. Andai ancora al mercato. Tutti quei colori erano sempre un buon modo per iniziare la giornata. E pensai che lì avrei potuto chiedere a qualcuno per un nuovo alloggio.

Camminavo con le mani in tasca, tra i banchi del pesce e delle spezie e delle chincaglierie. I commercianti erano gli stessi di ieri e dell’altro ieri, così mi sembrava.

Venni poi attratto da una bancarella che i giorni prima doveva essermi sfuggita. Una bancarella piena di scatole, di ogni forma e dimensione e colore. Una bancarella lignea, e con sulla destra un cartello, ligneo anch’esso, e una scritta greca: Abatòn. Dietro il banco stava una vecchia che non batteva mai le palpebre, e con l’occhio sinistro molto più aperto del destro. Quando iniziai a guardarla, lei si stava già interessando a me da un po’, e con un cenno della mano mi mostrò le sue scatole e mi invitò ad avvicinarmi.

Andai da lei e prima ancora che provassi a comunicare con lei in un inglese misto LIS, lei mi fece un sorriso freddo e mi disse:

-Buongiorno figliolo.-

-Buongiorno a lei signora, parla la mia lingua?- Chiesi stupito e felice della fortuita casualità.

-Anche. – Rispose lei.

-Che fortuna, allora forse potrebbe essermi d’aiuto. – Stavo per chiederle di aiutarmi nella mia ricerca di una sistemazione, ma fu lei a parlare.

-Certo che posso esserti d’aiuto, io vendo spazio, non vedi?- E ammiccò dicendo poi: -Quanto te ne serve?-

Per quanto strana fosse quella situazione, non la trovai così strana; ero a mio agio.

Negli occhi della vecchia riuscii a vedere una possibilità di cambiare la mia vita. Dovevo decidere se raccoglierla o lasciarla passare.

Esitai sul paesaggio prima di risponderle.

Mare e cielo non potevano essere più blu che a Bodrum.

 

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About the Author

Lev Nikodev

Lev Nikodev nasce da solo, nel 1885, avvolto in uno spesso bozzolo di grasso di foca sintetizzato, in una calda mattinata invernale, nella vuota periferia di Bratsk. Vaga per quattro giorni in direzione nord grazie al bozzolo termico che lo avvolge, dello spessore di 30 cm e dotato di sistema di propulsione a direziona mento a pensiero, finché trova rifugio e famiglia 18 km a sud di Bratsk. Qui cresce fino ai 19 anni, quando resosi conto che il tempo in cui vive non gli si addice, decide di entrare in standby per 100 anni. Si sveglia nel 2004, si sgranchisce un po’ le gambe correndo dalla Russia all’Italia, e qui inizia a scrivere. Attualmente sta ancora scrivendo.



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