tales bodrum

Published on dicembre 10th, 2013 | by Lev Nikodev

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Deus Ex Machina – (ep.3) – la Fuga

Fu uno strano turbamento. E accadde.

Fu un po’ come morire. Anche se nessun uomo è mai tornato indietro per poterlo raccontare, credo che vada più o meno così: senti un grande calore dal centro del corpo espandersi lungo l’addome e il torace, fino sotto al collo, per proseguire, in poche frazioni di secondo, lungo le braccia e le gambe. Gli occhi che guardano non vedono nulla. Resta un po’ di luce che lentamente si perde. Non è esattamente come chiudere gli occhi ma più come prendere una botta in testa e svenire al ralenti. Allora tutto quel calore arriva al cervello e ci si sente intensamente rilasciati, curarizzati. Ho sentito dire che talvolta si può vedere tutta la vita scorrere davanti ma questo non posso confermarlo. Forse non è vero, o forse non posso saperlo perché io non sono morto. Ho avuto un black-out quasi impercettibile dopodiché tutto è cambiato.. i segni, la parola, la comprensione, la risposta. Tutto nuovo, tutto dall’inizio.

Giada aveva ragione quella volta e tutte le volte che la sua voce ha avuto l’intensità di un monito.

-Qualcosa di strano!-diceva, e qualcosa di strano mi è successo.

Tutto il trambusto della fiera dell’altro ieri, lo sguardo di quella vecchia megera, la mancanza di memoria di un passato frastagliato e senza consequenzialità ha risposto a quello che da 75 giorni vado domandandomi..

DOVE SONO?

(-76)

Era finita. Un altro pezzo di vita perso dalle tasche senza aver potuto far niente per evitarlo; seccato, infreddolito e solo, si è consumato sulla terra. Così come nella tristezza. Ogni inizio porta con sé un’irrefrenabile voglia di trovare le ragioni profonde, scritte sulle pietre del destino, ma giunti a ogni fine tardiamo a ritrovare quei perché, quei motivi tanto degni del cielo. Tutto inizia come tutto il resto termina, senza troppi fronzoli. Questa è la solita logica; così come ogni storia vive di vita propria e nulla le è rassomigliabile.

La storia tra me e quella donna con il nome di una pietra si era conclusa seriamente e io, come consuetudine di chi non vede molte prospettive, decisi di partire per un viaggio. Tra la decisione di partire e la partenza non passò molto; forse qualche ora. Era il 27 maggio, le gonne erano corte, i profumi intensi. La città sembrava una donna corpulenta e generosa che fa ballare il suo seno a ogni passo. Ce n’era per tutti. C’era un sole notevole. Presi tutto quello che mi poteva essere utile dalla stanza di albergo dove mi ero momentaneamente trasferito; ne uscì una piccola valigia compatta e uno zainetto. Avevo qualche soldo da parte. Presi tutto. Prima di lasciare le chiavi in reception feci una telefonata.

-Maestro, sono io. Sì.. va abbastanza bene. Non mi sbagliavo. È andata come doveva, in fondo. Sì.. Volevo dirti che sto partendo. Vado qualche giorno fuori ad incontrare un committente per il mio prossimo romanzo. Ti chiamo appena arrivo.

Avevo avvertito Claudio, il mio maestro, l’unica persona che potevo considerare paterna. Un padre non ce l’ho mai avuto ma Claudio con i suoi consigli e la sua sapienza aveva saputo guidarmi. Aveva vent’anni più di me e insegnava matematica in un liceo della città. Era stato grande amico della mia povera madre, l’aveva aiutata molto durante la sua malattia e sono sicuro che tra loro ci fosse sempre stato qualcosa in più di una semplice amicizia. Solo con lui lei aveva ripreso a ridere, e soltanto grazie a lui io posso dire di non vergognarmi di quello che sono: e questo per un uomo è un traguardo altissimo.

Dopo aver riagganciato la cornetta sentii come un fastidio salirmi dentro. Un po’ nauseato chiusi la porta della stanza, consegnai le chiavi e saldai il conto.

Non appena fuori dall’albergo accesi una sigaretta e mi appostai nel punto di fermata taxi. Ero come stordito dalla vita, tutto mi sembrava iper-reale; colori e voci di un videoclip di musica pop realizzato con tanti soldi da sfamarci cento villaggi africani. Non era quello il mondo da cui fuggivo., Fuggivo da me stesso e dalla paura di annullarmi ancora nei ricordi di una vita perfetta sfuggitami dalle tasche. Arrivò un taxi.

-All’aeroporto.. grazie..

Gli alberi scorrevano dal finestrino come gambe beatamente protese al cielo e danzavano al suono delle ruote che sull’asfalto superavano le giunzioni stradali. Non parlai con il tassista, non lo guardai nemmeno in faccia. Non avevo voglia di mostrare la mia espressione sconfitta mentre mi allontanavo dal campo. Senza più la grinta di un tempo, la bellezza del vigore, dell’amore e della potenza. Tutto si era concluso con lei a urlarmi in faccia la mia inadeguatezza e io senza parole, capace solo di preoccuparmi di che fine avrebbe fatto il mio cuore. Fermi a un semaforo infinito, osservavo con attenzione ogni persona mi passasse davanti; di ognuno mi sembrava di conoscere molto e in ognuno potevo riconoscere un po’ di me.. il mio lato umano.. che andavo progressivamente perdendo, tanto che il tassista, arrivato all’aeroporto, caricò un passeggero dimenticando di far scendere prima me. Stavo scomparendo. Prese 30 € da una mano quasi invisibile e mi salutò imbarazzato per l’accaduto.

Appena entrato nell’enorme struttura mi diressi di corsa al bar. Avevo bisogno di qualcosa di forte. Era stata una giornata logorante e avevo bisogno di rimanere sveglio. Non sapevo ancora dove stessi andando. Buttai giù un whiskey. Poi un altro. Andai verso le biglietterie mentre con lo sguardo scorrevo i tabelloni delle partenze.

Dove sarei voluto andare?

Milas-Bodrum. Scelsi quello.

Parlo ancora della fuga, come un’ossessione.. m’insegue notte e giorno. Io corro più veloce, non mi faccio trovare, non mi faccio sentire, corro in punta di piedi.. senza respirare. Parlo ancora della fuga e di quanto mi sia costato aver dovuto rinunciare a quello che con precisione e metodico amore avevo conosciuto. Sembra che in queste pagine non si parli d’altro, che nei miei libri non ci sia altro che questo.. e l’amore grande come un sole a guidare le anime di tutti i personaggi. Non ci credi più, tu per prima.. anche se la vita mi dimostra quanto poco ci credessi anch’io. Sono scappato. Ora in molti mi cercheranno. Si chiederanno perché l’ho fatto, cosa ci fosse in fondo di tanto speciale in un rapporto così normale.. così comune. Gli altri non ci hanno mai capito e mai ci capiranno. Dovevamo essere io e te su quest’aereo.. invece vicino a me c’è questo ciccione che russa e mi soffia il suo alito addosso spegnando tutta la poesia.. Parlo nuovamente della fuga perché nulla mi è rimasto indietro che sia così caro da trattenermi, vado dove non so cosa sarò. Vado dove posso inventare una nuova vita.. dimenticare la vecchia.

Esci dal mio cervello.

Sentii l’aereo iniziare a muoversi.. lentamente. Era giunto il momento tanto atteso.

Turchia.

(continua..)

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[tales10_#127]

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About the Author

Lev Nikodev

Lev Nikodev nasce da solo, nel 1885, avvolto in uno spesso bozzolo di grasso di foca sintetizzato, in una calda mattinata invernale, nella vuota periferia di Bratsk. Vaga per quattro giorni in direzione nord grazie al bozzolo termico che lo avvolge, dello spessore di 30 cm e dotato di sistema di propulsione a direziona mento a pensiero, finché trova rifugio e famiglia 18 km a sud di Bratsk. Qui cresce fino ai 19 anni, quando resosi conto che il tempo in cui vive non gli si addice, decide di entrare in standby per 100 anni. Si sveglia nel 2004, si sgranchisce un po’ le gambe correndo dalla Russia all’Italia, e qui inizia a scrivere. Attualmente sta ancora scrivendo.



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