social Bernoulli ci ha mentito

Published on febbraio 27th, 2014 | by Valentina Chianese

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BERNOULLI, CI HAI MENTITO

Ma se a malapena io so qual è il mio bene, come posso sapere qual è il bene di qualcun altro? E come può qualcun altro sapere qual è il mio bene? E perché non si fa i cazzi suoi?

Aggiungiamo a questa incertezza il fatto che siamo individui unici, con obiettivi individuali unici, e al contempo siamo esseri sociali, socialmente e politicamente organizzati. I nostri rispettivi beni quindi si contrappongono quotidianamente, per cui non abbiamo altra via se non il confronto e il compromesso, essendo in linea di massima tutti equamente validi. Alcuni obiettivi sono comuni, e realizzabili solo in comune: le strutture che ci sovrastano ad esempio, come il diritto o Utorrent. Siamo più che disposti ad agire uniti per tenere in piedi la comunità di cui facciamo parte ed in questo agire comune si individuano la politica e la necessità della sua nascita; politica che appunto è necessariamente fatta di confronto e compromesso, perché non c’è a monte un’oggettiva e determinata schiera di obiettivi e giusti fini, ma abbiamo invece una miriade di interessi diversi tenuti insieme dalla spinta a stare insieme come uomini e soprattutto tifosi.

Il compromesso ha però necessariamente dei presupposti: che ci si voglia capire, che poi effettivamente ci si capisca, e che si faccia uso di ragione. Questi tre presupposti sono strutturalmente impossibili e impraticabili nelle comunità enormi e diseducate in cui viviamo. E se anche un salto di coscienza potesse farci capire istantaneamente a vicenda, l’enormità stessa delle comunità degli Stati moderni, e quindi il numero spropositato di individui e di obiettivi e fini, rende il compromesso perdente in partenza. Ciò a cui ognuno deve rinunciare per fare in modo che qualcun altro abbia ciò che vuole e viceversa diventa un peso esistenzialmente eccessivo, ma soprattutto un paradosso nel momento in cui la rinuncia individuale dovrebbe venire incontro non a 10, 100, 1000 diversi obiettivi ma milioni. L’intreccio di queste rinunce non genera altro se non una piatta comunità di persone che rinunciano a moltissimo in cambio di nulla di rilevante – come potrebbe essere, ad esempio, un maiale che si autorigenera e produce quindi ventresca in eterno.

Bernoulli ci ha mentito.

Questo stato di inazione e di frustrazione è esattamente anti-politico. Essere politicamente coinvolti dovrebbe significare esporsi, ascoltare, discutere, fare un compromesso, decidere e agire, trovando in ognuna di queste fasi una realizzazione propria e comune, e propria anche perché comune. Ciò è possibile solo in piccole comunità, in cui pochi interessi si confrontano per raggiungere piccoli obiettivi e in cui il coraggioso e complesso atto del comprendersi non è ostacolato dalla dispersione del discorso (meglio conosciuta come “commenti sotto i video di Youtube”). Nel momento in cui milioni di interessi vengono a interagire, come avviene negli Stati moderni, il cui potere funziona per rappresentanza, non si raggiunge un impossibile compromesso fra i suddetti milioni di interessi, bensì si annullano gli interessi di quasi tutti – già solo per mantenere in piedi il sistema rappresentativo. Che poi questi interessi vengano rappresentati per categorie e partiti è un artificio ideologico: nessuno di noi è esaurito dalla presunta categoria da cui è rappresentato.

L’unico modo che l’uomo ha per poter veramente agire nel mondo, in senso arendtiano, è conoscersi, conoscere l’altro e insieme accordarsi consapevolmente con il fine dell’azione. Ma nessuno di noi si conosce, nessuno conosce o vuole conoscere l’altro, anzi, c’è un rifiuto a monte di entrambe le cose, e nessuno di noi si sforza di usare la propria ragione al netto degli umori e degli affetti; nessuno di noi agisce su nulla, sebbene viva in strutture tanto complesse e giganti da necessitare un’opera continua di perpetuazione da parte degli individui che le formano, come in una coreografia in curva.
Il bisogno umano di agire è così incanalato in rivoli futili  – dalle mie parti si direbbe che è “sperdiziato” – in cui nessuno ottiene ciò che vuole e nessuno agisce con un suo simile per arrivare ad un obiettivo, ma piuttosto come polli in batteria siamo ammucchiati e ci tocchiamo di continuo senza poter per questo stabilire un qualsiasi contatto.

Questa situazione esistenzialmente angosciosa è provocata da due fattori: il grande numero e la centralizzazione del potere. Quanto più il potere è centralizzato quanto meno i singoli uomini e le singole comunità, che pure esistono, sono in grado di agire nei propri interessi. Il sistema centrale funziona come una media matematica, neanche ponderata, che assomma i bisogni di tutti, livellandoli verso 0, e generando presunti beni comuni universali che ricadono sull’intera popolazione, annullando ogni diversità e ogni capacità di agire.

Nell’organizzazione centralizzata il potere è materialmente distante dal singolo, che se anche vive in una piccola realtà non ha alcun controllo su di essa, perché le decisioni vitali circa la sua vita e la vita delle persone che dividono con lui uno stesso spazio sono prese in altri posti. Il fatto che queste decisioni vengano prese da forze politiche elette e quindi “rappresentative” non cambia la sostanza del divario fra esigenze locali e risposte generali, perché queste decisioni sono pur sempre risposte generali e universali a bisogni specifici e locali. Mo che stiamo in Europa poi, che minchia di validità deve avere una direttiva fatta da una commissione non eletta che si rivolge indistintamente a un pecoraro greco, a un ingegnere tedesco, a un pasticciere siciliano e a una zoccola olandese? Fatemi capì.

Bernoulli ci ha mentito.

Il caro Schmitt ci insegna, fra le tante cose, che politica e potere vogliono dire soprattutto “presa di e su un territorio”. Non c’è potere se non c’è confine. A monte di ogni successiva discussione su quanto debba essere intenso questo potere, in quali ambiti debba agire e così via, c’è la ovvia e semplice constatazione che l’aggregazione genera ordine e la gestione di questo ordine avviene tramite equilibri di potere. Personalmente io ritengo che il modo più efficace e valido in direzione di un reale umanesimo sia la pratica politica della democrazia, ossia la pratica del confronto tramite ragione fra individui che si ritengono pari e la successiva azione. Ma questo uso della ragione, e quindi della parola, ha valore se e solo se lo si fa con onestà. Platone provava sdegno e ripugnanza verso i sofisti che usavano la ragione e la dialettica solo a fini retorici; Aristotele, occupandosi di semantica, arrivato alla domanda finale “fin dove si può spingere l’elasticità del significato per non perdere legame col significante?”, rispondeva che ciò dipende dalla onestà dell’oratore e toccava il punto secondo me assolutamente centrale del confronto politico, quando vuole e può essere attuato. Perché se nelle faccende umane, etiche e politiche non esiste IL vero ciò non significa, all’opposto, che tutto può essere indifferentemente affermato.

Invece ciò a cui assistiamo oggi quando ci troviamo di fronte alla cosiddetta “opinione pubblica” è chiacchiera (come direbbe uno famoso), è ciarla, ammasso di parole dette per mille motivi ma mai quelli giusti. Ci si schiera per il gusto di schierarsi, per ribadire se stessi, per rispetto di una tradizione familiare o sociale, perché non si sa di cosa si parla, per depistare, per raggirare, perché si ama il suono della propria voce. Ma questo vacuo abuso della libertà di esprimere le proprie opinioni – insincere o non ragionate – non è democrazia, è una sua deformazione. La democrazia è un’altra cosa, la si fa con onestà, ragione e in pochi.

In sintesi: l’unico modo per convivere degnamente e chiamarsi “umani” è capirsi, ma siamo in troppi per capirci; se anche ci capissimo siamo organizzati in strutture centralizzate che ci impediscono di autodeterminarci.

Ora che il quadro è chiaro, torniamo a stordirci con i mezzi che più ci aggradano, con la nuova consapevolezza di farlo perché non c’è effettivamente speranza.

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About the Author

Valentina Chianese

Mi chiamo Valentina Chianese e ho, momentaneamente, 32 anni. Vivo in Molise, dove sono cresciuta, ma ho origini campane. Mi sono laureata in filosofia, con grandi aspettative e risultati fiacchi, e a tempo perso in scienze politiche, con nessun impegno e risultati migliori. Adoro il cinema, la filosofia, la campagna, i gatti (non necessariamente i miei), mangiare e bere ma non è che la musica mi fa schifo. Sono relativista su valori che si approssimano al 100% e sono affamata di complottismo, mi viene spontaneo prendere tutto poco sul serio, comprese la vita e la morte, ma posso diventare feroce quando si tratta dell’AS Roma, che ritengo rappresenti l’ultimo sacro baluardo umano senza il quale dovremmo per dignità estinguerci e lasciare il mondo, appunto, ai felini. Sergio Leone, Nietzsche, Castoriadis, Freud e gli Slayer sono le mie icone di riferimento e spero lo diventino un giorno anche per voi. O anche no.



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