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Published on febbraio 20th, 2014 | by Jannis Genco

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Basta scuse! Otto tattiche di disimpegno morale svelate e smontate

Ore 22 di un qualsiasi giovedì sera italiano, sintonizzati davanti all’ennesimo talk show televisivo. Politici e ospiti vari commentano i fatti di attualità e politica, snocciolando interpretazioni, attacchi, difese accorate, giustificazioni, talvolta arrampicandosi penosamente sugli specchi, spesso rigirando frittate e distogliendo l’attenzione da temi scomodi. Noi, dall’altro lato dello schermo, a tratti vorremmo essere lì per dirgliene quattro, smontargli il giochino, rompergli le uova nel paniere, insomma richiamarli alle proprie responsabilità, per dirne quattro anche al moderatore di turno, spesso troppo ossequioso e magnanimo nel risparmiare l’affondo decisivo.

Ebbene, in questo articolo vi darò gli strumenti adatti per conoscere, individuare e smontare le tattiche più comuni di disimpegno morale e per riportare i vostri interlocutori alle loro responsabilità. Potreste usare questa conoscenza anche su voi stessi, qualora sentiate il bisogno di darvi una bella strigliata morale.

Ma prima un po’ di storia.

La questione del disimpegno morale affonda le proprie radici nella discussione filosofica e successivamente si sviluppa nell’ambito della psicologia sociale. In particolare Albert Bandura perfeziona questo costrutto nel 1986 nell’ambito della sua celebre Teoria Sociale Cognitiva, inquadrando l’azione morale in una prospettiva integrata in cui la persona, il suo comportamento e l’ambiente sono tre fattori reciprocamente dipendenti. L’interazione di questi tre fattori influenza fortemente le strutture cognitive di autoregolazione della condotta, ovvero quei meccanismi di valutazione delle proprie azioni secondo standard morali interni.

Ma cosa succede quando commettiamo azioni contrarie ai nostri standard morali? Come ci comportiamo in questi casi?

Le cosiddette condotte trasgressive vengono regolate da due principali tipi di sanzioni: le sanzioni sociali per le quali chi opera un’azione “socialmente deplorevole” viene esposto a una punizione o a una censura dalla società, e le sanzioni internalizzate, che operano in modo anticipatorio rispetto al comportamento. Queste ultime rispondo a principi morali consolidati nella persona e la espongono a sentimenti di autocondanna e di riprovazione per il proprio comportamento. Quindi quando compiamo un’azione contro gli standard morali nostri e della società in cui viviamo dobbiamo fare i conti con i sensi di colpa e rispondere alla nostra coscienza. In altre parole, creiamo una distanza tra le nostre azioni e il nostro pensiero inteso come quell’insieme di valori e credenze che plasma la nostra identità. Per colmare questa distanza, ovvero per permetterci di compiere azioni contrarie ai nostri principi morali senza soffrire conseguenze eccessive, ci avvaliamo di tattiche di disimpegno morale funzionali a inibire la sanzione interna, ovvero dei dispositivi cognitivi (appresi e costruiti socialmente) che ci salvano dall’autocondanna e da un grave danno all’autostima. Con buona pace della coscienza.

In età adulta questo processo diventa più facile, in quanto siamo più padroni dei processi che consentono di trovare una giustificazione plausibile alle nostre azioni.

I meccanismi descritti da Bandura sono otto e agiscono su tre diverse fasi del processo di regolazione dei comportamenti: sulla valutazione della condotta in sé, sulla valutazione delle conseguenze dell’azione e sul giudizio nei confronti delle vittime.

Vediamo una breve descrizione:

Prima tipologia.

Giustificazione morale: i comportamenti considerati deplorevoli vengono considerati da un punto di vista diverso e riconducibile a ideali superiori, per cui vengono accettati e giustificati in nome di essi. La religione, la patria, la famiglia e l’onore vengono richiamati spesso come giustificazioni per un’azione malvagia.

Etichettamento eufemistico: un’attenuazione della violenza associata alle parole con cui viene nominata. Ne sono un esempio espressioni come “bombe intelligenti” e “pulizia etnica”.

Confronto vantaggioso: il confronto di un comportamento con altri che riteniamo analoghi,  comporta la modifica del nostro giudizio, attenuando la valenza negativa dei comportamenti e addirittura trasformandoli in azioni morali. “Tanto è più oltraggioso l’operato confrontato, tanto è più probabile che la nostra condotta deplorabile appaia irrilevante o addirittura benevola” sottolinea Bandura. Non dobbiamo andare troppo lontano nell’espletare un esempio di tale meccanismo: in politica, i responsabili del governo giustificano spesso alcune decisioni poco corrette adottate nei confronti dei cittadini imputandone le responsabilità all’operato del precedente governo, che avrebbe adottato provvedimenti ben peggiori.

Seconda tipologia:

Dislocamento delle responsabilità: quando non viene riconosciuto il ruolo attivo e consapevole del soggetto nell’azione, anche la sua responsabilità, e conseguentemente il biasimo, si attenuano. La responsabilità dell’azione perseguita viene quindi attribuita ad autorità superiori, giustificandosi in un “ordine” da parte di queste ultime.

Diffusione della responsabilità: dal principio “se tutti sono responsabili, allora nessuno è responsabile” si evince come il controllo morale si indebolisce quando la capacità di agire e le conseguenze negative sulla vittima vengono mascherate dalla condivisione con altri dell’azione. Il governo nazista fece leva su questo tipo di meccanismo coinvolgendo il popolo tedesco, sia per giustificare se stesso agli occhi esterni sia per creare una giustificazione per i cittadini stessi, che in tal modo contribuirono all’operare della macchina di distruzione nazista (in contribuzione col meccanismo del dislocamento delle responsabilità).

Non considerazione o distorsione delle conseguenze: evitando di pensare alle conseguenze negative delle proprie azioni, gli individui perseguono più facilmente l’obiettivo personale posto. Questa distorsione aiuta a formare una distanza tra il soggetto danneggiante e la vittima danneggiata, attenuando il controllo morale.

Terza tipologia:

Deumanizzazione della vittima: questo meccanismo agisce sulla capacità empatica di un individuo. Quando una persona viene “degradata” dal suo stato di essere umano viene meno la corrispondenza empatica di un secondo soggetto. La vittima deumanizzata è, per esempio, il popolo ebreo sotto l’Olocausto, ma anche la vittima di quelle dinamiche di bullismo tipiche dell’ambiente scolastico.

Attribuzione di colpa: un espediente utile per trovare una giustificazione alla propria azione è quella di prendersela con avversari o con le circostanze che, a detta dell’individuo, sarebbero stati provocatori e avrebbero innescato per primi la catena di violenza.

Conoscere queste dinamiche ci consente di guardare a noi stessi e al resto della società in modo radicalmente diverso. Il confronto interno ma soprattutto quello con gli altri individui può finalmente diventare franco e costruttivo, evitando di cadere nel solito corto circuito comunicazionale che viene, come già detto, splendidamente sintetizzato nel solito cabaret politico nei talk show televisivi italiani.

Da adesso, però, basta scuse.

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About the Author

Jannis Genco

30 anni, emigrato nel Regno Unito con una laurea in Psicologia Sociale. Un passato di militanza tra le frange più estreme della scena Death Metal materana, un’orecchio sempre puntato verso nuove sonorità elettroniche, ambient, drone ma soprattutto psichedeliche, un’occhio attento a dettagli che pochi vogliono/riescono a vedere. Una valigia sempre mezza disfatta, un viaggio sempre dietro il prossimo angolo. Scrive (per passione e mai per mestiere) di musica, di scienze sociali, di viaggi, di categorie residuali.



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