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Published on settembre 29th, 2013 | by improvearts

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Alì Umeed, poeta pakistano: la vera storia di un viandante di parole

Succede che un giorno, all’interno delle nostre vite frenetiche, della nostra depressione latente, della speranza ormai scomparsa in quest’Europa fiaccata dalla crisi, si spalanchi uno spiraglio di possibilità. Una prospettiva diversa dal consueto, una porta socchiusa su un mondo parallelo di bellezza semplice e non artefatta. Succede che un giorno, per caso, tra le molteplici identità dello spazio coworking di Portonaccio, SPQcowoRk, appaia improvvisamente Alì Umeed, viandante poeta pakistano e che riesca, con la forza della sua semplicità, a conquistare tutti.

Umeed è in Italia da 23 anni, anni durante i quali si è prestato a fare da “vu cumprà”, nascondendo la sua anima, anni in cui ha percorso, da nord a sud, centinaia di kilometri delle nostre spiagge, per vendere oggi una collanina, domani un bracciale, anni in cui non si è mai arreso alla banalità della vita, ma durante i quali è sempre riuscito a far sopravvivere il suo mondo interiore, la sua poesia leggera e semplice.

“Bilancio interiore” è il titolo della sua raccolta di poesie in Italiano (Alì Umeed ha iniziato scrivendo in Punjabi, Urdu e Saraiki ma, una volta in Italia, ha accettato di cimentarsi con la nostra lingua), stampato a sue spese presso l’editore Morlacchi di Perugia. Ogni tanto, insieme alle collanine, Alì Umeed riesce a toccare qualche anima, e a vendere anche le proprie poesie.

Famoso in Pakistan, è stato chiamato dall’Ambasciata pakistana in Italia per organizzare una lettura in onore di Benazir Buttho, di fronte a migliaia di persone. La sua fama, tuttavia, non l’ha potuto aiutare. In Italia è riuscito a sciogliere il cuore di politici, dirigenti, gente comune, la sua fama in Pakistan l’ha portato a collaborare con l’ambasciata, eppure sembra che non ci sia spazio per la poesia, per la gentile ma determinata presenza di Umeed.

umeed-Alì

Abbiamo parlato con lui in un piovoso pomeriggio di Luglio.

Alì Umeed arriva in Italia più di 20 anni fa, insieme a tanti altri. Giovane e determinato, inizia a lavorare. Lavori scomodi, pesanti, una condizione di povertà dalla quale, nonostante la sua fama e il suo talento, non riesce ad uscire. Nonostante questo però, non demorde, né abbandona la sua vocazione poetica, schiacciato dal peso del quotidiano. Nel corso degli anni nascono i suoi figli, e il fratello perde la vita, lasciando ad Umeed due famiglie da mantenere, che contano esclusivamente e completamente su di lui.

Diviso dalla famiglia e dal suo Paese, Umeed sperimenta le frustrazioni e le difficoltà che sono di molti, più una, dovuta al suo stretto legame con la lingua: Umeed si sente usurpato della sua lingua, diventa uno “zingaro delle parole”.

“Non c’è cosa più difficile -ci confida- per un poeta, che quella di abbandonare la propria lingua”, se è vero, come afferma Wittgenstein, che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, si capisce perché sia tanto difficile: abbandonare la propria lingua vuol dire abbandonare i limiti conosciuti del proprio mondo, per allargarli verso orizzonti nuovi e misteriosi nei quali, almeno all’inizio, ci si muove a tentoni.

Non è una scelta facile, quella di scrivere in un’altra lingua da quella di appartenenza, e difatti sono in pochi a farlo (del censimento di quei pochi si occupa da anni il professore di Letterature comparate dell’Università La Sapienza, Armando Gnisci, autore di un’antologia di letteratura “migrante”).

Per Umeed la spinta a buttarsi in questa impresa ha gli occhi “come l’acqua marina” di un’animatrice conosciuta dopo pochi anni dal suo arrivo in Italia. Ha iniziato a scrivere per amore, per farsi conoscere da lei, e non ha mai più smesso. La prima poesia in italiano nasce in un clima “cameratesco”, scritta a mano e poi fotocopiata, una semplice poesia in rima baciata fatta correggere da almeno 20 persone. Sembra una sfida impossibile per lui, ma Umeed ha promesso a questa ragazza di renderla famosa in Italia e, contro ogni previsione, ci è riuscito a modo suo, apparendo su varie testate nazionali. La spinta ancestrale alla comunicazione, al mostrarsi ha prevalso sulle difficoltà momentanee. Era l’Agosto del 1995, da allora non si è più fermato.

Alì Umeed negli anni è riuscito a toccare molti cuori, con la sua poesia leggera ed essenziale, frutto di una vita vissuta con sensibilità, piuttosto che di grandi studi. Nelle sue poesie affronta i temi della povertà, della nostalgia, della difficoltà in questa società di riuscire a mantenere la dignità di uomo, anche vivendo con poche lire in tasca. Uno dei suoi versi più famosi è in realtà una sua dichiarazione spontanea, e forse per questo tanto rivelatrice “indosso sempre un vestito pulito, anche se è strappato come i miei desideri”.

La sua è una presa di posizione contro il materialismo vuoto, che spesso lo fa sentire solo. “L’uomo -ci dice- ha dentro di sé capacità che neanche capisce perché preso dal proprio materialismo”.

Una lotta per mantenere la dignità, la sua e quella dei suoi familiari lontani, che emerge con forza dalle sue poesie. Ma anche parole d’amore, di speranza, e un’attenzione particolare alla dimensione religiosa da parte di un uomo che, ormai, è in una posizione di osservatore privilegiato, essendosi fatto portatore di tre culture, quella musulmana, la sua appartenenza religiosa, quella indiana, indissolubile dall’identità pakistana e quella italiana, sua terra d’adozione. Nelle sue poesie si rincorrono momenti di speranza e momenti di sconforto, che ci restituiscono immediatamente la forza, la difficoltà e la profondità del suo percorso, poetico e di vita.

Tanta strada ha fatto Umeed, fisicamente e metaforicamente, tanta da fargli offrire la cittadinanza onoraria di Perugia, dove vive e dove ormai è un cittadino a tutti gli effetti. Tanta ancora gliene manca, però, per riuscire a diffondere la propria arte come vorrebbe, e come indubbiamente merita. Ma questo non lo spaventa; come lui stesso afferma, infatti “il mondo è come un bel libro e il tempo è il miglior maestro: volendo, si può imparare quasi tutto”.

Costanza Sciubba Caniglia per improvearts

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One Response to Alì Umeed, poeta pakistano: la vera storia di un viandante di parole

  1. very useful information.thanks and thums up

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